Archivio di settembre 2004

TRIPOLI BEL SUOL D’AMORE

giovedì, 30 settembre 2004


Con la caduta del trentennale embargo, la Libia rischia di diventare un temibile concorrente per l’industria turistica siciliana (sarebbe meglio dire per ciò che questa industria potrebbe essere): una terra ancora sconosciuta al grande pubblico, un mare ancora incontaminato, un ricco e ben conservato patrimonio archeologico risalente soprattutto all’impero romano, il fascino del deserto sahariano e della sua gente, strutture alberghiere da costruire ex-novo. I grandi investitori degli emirati arabi (che hanno il problema di reinvestire i profitti delle residue riserve di petrolio e ben sanno che il turismo sarà una delle attività portanti del terzo millennio) hanno deciso di dirottarvi loro capitali e chi conosce Dubai sa di che cosa sono capaci (http://www.palmsales.ca/palm/index.html). Per chi fosse già orientato a prendere un aereo per venire in Sicilia si tratterebbe, in fondo, di pochi minuti di volo in più …

CAMPAGNE DI SCAVI (2)

mercoledì, 29 settembre 2004


La Sicilia offre anche un rilevante patrimonio archeologico marino ancora da esplorare. In questo caso, grazie all’iniziativa di alcuni archeologi appassionati di immersioni subacquee, esistono già corsi organizzati per coinvolgere anche i non addetti ai lavori, come dimostra questo sito (http://www.infcom.it:16080/subarcheo/). Sicuramente, queste attività potrebbero veder partecipare in futuro un maggior numero di turisti italiani ed esteri se fossero pubblicizzate ed organizzate in chiave di moderna industria del turismo basata anche sulla valorizzazione del patrimonio culturale.

CAMPAGNE DI SCAVI

martedì, 28 settembre 2004


E’ noto che del patrimonio archeologico siciliano, come ben sanno i tombaroli, gran parte ancora non è tornata alla luce. C’è senz’altro un problema di mancanza di fondi, ma, forse, anche di idee un po’ fuori dagli schemi consueti. Perché non riaprire importanti campagne di scavi, sotto la guida delle autorità preposte allo studio e alla conservazione dei beni archeologici, a studenti italiani ed esteri “gratis et amore … culturae” e, magari, con il finanziamento di sponsor? Si abbatterebbero i costi di scavo per quella parte del lavoro (sicuramente rilevante) che richiede un intervento solo di supervisione dell’archeologo e si alimenterebbe in questi ragazzi, magari per tutta la vita, la conoscenza e l’amore per il nostro patrimonio culturale. Fortunatamente i ragazzi riescono a divertirsi e a stare bene, se motivati e in compagnia, anche in condizioni spartane.

VILLA NAPOLI

lunedì, 27 settembre 2004



La settecentesca Villa Napoli che ingloba la Cuba soprana (Sec. XII) e, in quel che resta del suo parco, l’edicola della Cubula (Sec. XII) sono state ieri finalmente restituite alla città. Nel XII secolo, in questa parte della città, i re normanni vollero realizzare attorno alla Zisa un parco reale, il più bello al mondo: il Genoardo che significava “il paradiso della terra” (evidente l’influenza araba del paradiso coranico) e si estendeva in lungo e in largo, giungendo a ovest fino ai territori di Monreale e Altofonte e a sud fino alla zona di Brancaccio. Nella seconda metà del XX secolo, i rappresentanti del popolo democraticamente eletti, in quella stessa area che aveva ispirato altri a realizzare un “paradiso”, hanno consentito la realizzazione di quell’inferno edilizio e urbanistico che è oggi l’area attorno a corso Calatafimi. Il recupero alla fruizione pubblica di questo pezzo di memoria storica è comunque un fatto positivo, anche se giunge ormai nel XXI secolo …

CAPANNE

domenica, 26 settembre 2004


Ora che, con l’arrivo dell’autunno, sono state rimosse, penso che sia opportuno spendere qualche parola sulle “capanne” (nel resto del mondo le chiamerebbero cabine) della spiaggia di Mondello. Forse la terminologia non è del tutto casuale perché molti palermitani vi si accampano veramente durante il periodo balneare, arrivando persino ad arredare tali monolocali (senza servizi) da poco più di un metro quadrato. L’erosione della battigia, però, ha fatto sì che l’impianto delle capanne disposte a cortile riempisse completamente la spiaggia dando luogo ad uno spettacolo poco razionale. Quella di Mondello, con la sua naturale cornice di montagne, la bellezza (e anche la buona qualità) del mare e l’affascinante stabilimento liberty, rappresenta sicuramente una delle spiagge più belle d’Italia, un valore quindi da preservare e valorizzare anche in chiave di moderna economia basata sul turismo. In tal senso, a mio avviso, sarebbe opportuno far convivere tre diversi utilizzi di quella che è pur sempre un’area demaniale: la spiaggia libera, gestita dal comune; la spiaggia alla “palermitana” (mi rendo conto che è difficile sradicare d’un colpo consolidate abitudini), gestita secondo la tradizione e, infine, un pezzo di spiaggia più rivolta al turista, con meno cabine e più servizi (ombrelloni, lettini, più spazio, ecc.), magari gestita dall’associazione di categoria degli albergatori. Il suggerimento è rivolto anche alla Capitaneria di Porto, l’autorità competente in materia in Sicilia.

BENI CULTURALI IN TRASFERTA

sabato, 25 settembre 2004


La statua del satiro rinvenuta nel mare di Mazara del Vallo per un po’ di mesi farà da ambasciatrice del patrimonio culturale siciliano in uno dei mercati turistici più interessanti e solo da poco presente nell’isola: quello giapponese. Lodevole iniziativa. Visto però che i depositi dei nostri musei archeologici abbondano di materiale che o perché meno emblematici o per esigenze di spazio non vengono esposti, perché non selezionare musei o centri di cultura (e perché no anche grandi alberghi e aeroporti) di quei Paesi da cui saremmo interessati a ricevere un maggiore flusso turistico per inviare loro una selezione di reperti da esporre in un’apposita vetrina? Sarebbero dei formidabili veicoli promozionali del turismo culturale in Sicilia. Penso infine che si potrebbe negoziare con i musei ospitanti l’accollo totale o parziale delle spese di trasporto e di assicurazione: non sono più tempi da … “tutto pagato mio”!

 

MINIERE DI TURISTI

venerdì, 24 settembre 2004



Salisburgo deve la sua fortuna alle miniere di sale che, nei secoli passati, quando ancora non esistevano i frigoriferi, fornivano un elemento essenziale alla conservazione dei cibi. I Principi-Arcivescovi dell’età barocca trasformarono il sale in oro e marmi per quella splendida città che ancora oggi ammiriamo. La più importante miniera di sale del salisburghese è divenuta antieconomica nel 1989 (15 anni fa!) ed è stata rapidamente trasformata in una industria turistica. I numerosi visitatori si addentrano nelle gallerie della miniera, vestiti di una tuta bianca, a bordo di un trenino, percorrono poi a piedi dei cunicoli dove, di tanto in tanto, vengono proiettati sulle pareti dei filmati in cui un attore che interpreta il Principe-Arcivescovo racconta la storia e spiega le tecniche di estrazione usate nei vari secoli. Si scende poi per dei divertenti scivoli in legno per dislivelli di decine di metri e si attraversa persino un lago sotterraneo a bordo di un battello con il sottofondo di musica classica e un gioco di luci che illumina blocchi di sale cristallizzato. Si attraversa persino il confine di Stato tra Austria e Germania per poi riaffiorare in superficie, con delle comode scale mobili, nel bookshop-caffetteria per poi visitare infine un villaggio celtico fedelmente ricostruito (pare siano stati i primi a sfruttare la miniera). Provate a guardare il sito in rete (http://www.gasthofschorn.at/it/salzbergwerk.shtml), date un’occhiata ai prezzi dei biglietti d’ingresso e pensate alle polemiche sorte quando si pensò -timidamente- di introdurre un biglietto per la … Cappella Palatina. Pensate all’Ente Minerario Siciliano, alle miniere di salgemma di Petralia, Realmonte, Racalbuto o a quelle marine di Mozia e di Trapani, col polveroso museo del sale e i mulini a vento. Mentre scrivo, sto sfogliando un opuscolo edito anni fa da “Il Sole 24 Ore”, dal titolo “Il sale della terra” con foto di Ferdinando Scianna e presentazione di Leonardo Sciacca. Le foto sono impressionanti: ambienti enormi, cattedrali di sale, miniere oggi forse dismesse, ma sicuramente anche loro suscettibili di una intelligente riconversione industriale. Sciascia parla di arricchimenti di pochi e di vita grama per molti. Nella miniera di Hallein la ragazza che ci faceva da guida sembrava invece molto contenta del suo lavoro …

 

LA MODA DELLE TENDOPOLI

giovedì, 23 settembre 2004


Un punto di forza del Made in Italy è sicuramente rappresentato dalla forza delle sue produzioni e dei suoi servizi di alta qualità, dal design, dalla capacità di creare prodotti che simboleggino raffinatezza e successo, oggetti del desiderio soprattutto per i nuovi ricchi provenienti dai mercati emergenti. La Sicilia ha, nel campo della moda, una tradizione e una vivace generazione di nuovi talenti costituita da sarti, stilisti, artigiani, ecc. La creazione di eventi come, da qualche anno, le sfilate sulla scalinata del Teatro Massimo, trasmesse sulle reti televisive nazionali, sicuramente aiutano la promozione commerciale di questi operatori. Non mi convince invece la collocazione al Politeama della rassegna “Novecento secolo di moda”, inaugurata ieri e giunta alla sua terza edizione (www.900moda.it): perché invece della solita tendopoli, ancorché d’autore, non si provvede, magari in maniera consortile tra i vari operatori, a realizzare una struttura fissa che funga da show-room permanente (soprattutto per i buyers: richiamare solo folla serve a poco) consentendo economie di scala nella predisposizione dei servizi necessari al marketing di tale comparto. Il traffico cittadino in centro è già sufficientemente congestionato di suo e non necessita certo di ulteriori … eventi. Suggerirei due possibili location per questa struttura: i Cantieri Culturali della Zisa (prima che ricadano nuovamente nel completo abbandono) oppure i capannoni della “Filatura e Tessitura Gulì”, un piccolo gioiello dell’archeologia industriale cittadina con la annessa neoclassica Villa Belmonte alla Noce che, anche simbolicamente, mi sembrerebbe la soluzione ideale. Non sfigureremmo con Milano!

FONDI PER LA RICERCA

mercoledì, 22 settembre 2004


Naturalmente il discorso vale non solo per i ricercatori siciliani. A causa dei noti problemi di finanza pubblica, si taglia tutto il possibile, si vendono proprietà e partecipazioni pubbliche, anche i “gioielli di famiglia”, e la ricerca, considerata in Italia una spesa quasi superflua, soffre ulteriori tagli e, con essa, soffrono i ricercatori, sempre più tentati di guardare altrove. In questa situazione seria si vara, però, la prima portaerei italiana, la “Cavour”, dal costo di migliaia di miliardi o centinaia di milioni, a seconda della vecchia o nuova valuta. Bene. Non sono ideologicamente contrario alla guerra, nel senso che, in caso di aggressione, riterrei sacrosanta la difesa armata (coerentemente alla Costituzione), ma, sinceramente, girando il mappamondo, non vedo da chi ci dovremmo difendere oggi. Dal terrorismo? Ma non certo con una portaerei! Il commercio internazionale (specie con la Cina) è letteralmente scoppiato: chiedetelo agli armatori! Fincantieri ha impegnato i suoi bacini per costruire una nave da guerra mentre il mercato internazionale chiede petroliere a doppio scafo, portacontainer e mercantili, pagando qualunque prezzo perché i noli sono schizzati all’insù! Oggi le guerre si combattono sul terreno finanziario, non fisico: una banca spagnola ha lanciato recentemente un take over su una delle maggiori banche inglesi specializzate nei mutui. Il fantasma del “duca de Alba” è tornato a minacciare gli irriducibili inglesi, come nel XVII secolo. Noi, salvo i piemontesi, non abbiamo la tradizione militare degli inglesi, francesi, tedeschi o statunitensi e queste velleità da potenza militare planetaria mi sembrano patetiche, ma soprattutto un lusso che non possiamo permetterci. Un caro amico mi ha fatto giustamente osservare che la mancata corsa agli armamenti da parte dell’Europa nel dopoguerra (quella che ha poi determinato il collasso finanziario della vecchia URSS), ci ha consentito il welfare di cui ancor oggi godiamo. Per come si sono messe le cose in Iraq, non credo che le nostre imprese avranno le condizioni di sicurezza per partecipare alla ricostruzione (il business indotto da ogni guerra), mettiamo in vendita la “Cavour” (ora che hanno saldato i due tronconi, notizia di ieri) e destiniamo il ricavato alla ricerca!

Missione Italia, il futuro possibile

martedì, 21 settembre 2004

di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti
Un articolo scritto a 4 mani da due delle migliori intelligenze della politica e dell’economia in Italia.

Missione Italia, il futuro possibile
di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti
la Repubblica 21/09/04
Due secoli fa i luddisti, fieri avversari della rivoluzione industriale, assaltavano le prime fabbriche distruggendo le macchine che erano il simbolo della fine del sistema produttivo agricolo-mercantile e dell’inizio dell’era industriale. Non era una folle avversione alla modernità, ma l´incapacità di comprendere le opportunità del nuovo tempo che stava irrompendo. Quegli uomini vedevano con timore la fine di un mondo cui erano abituati e difendevano quello che per loro era l´unico modello di produzione possibile.
Oggi, a distanza di due secoli, nessuno va in giro a rompere macchinari, ma, di sicuro, come quei luddisti, ci troviamo smarriti e incapaci di leggere i segni del futuro davanti alla rivoluzione avvenuta in questi anni nella divisione internazionale del lavoro, davanti all’ascesa impetuosa dei Paesi emergenti, davanti alla impreparazione delle nostre economie a reagire e difendere le proprie posizioni.
Leggiamo ogni giorno dati che confermano lo sviluppo senza sosta del processo di globalizzazione, con il moltiplicarsi dei poli di sviluppo; apprendiamo che ad agosto l´export di Singapore è aumentato anno su anno del 29%, che quello dell’India è cresciuto del 28%, che dopo 14 anni di negoziati il Messico e il Giappone hanno firmato un free trade agreement dalle enormi potenzialità per entrambi i Paesi, che dalla fine di giugno i noli marittimi sono aumentati di più del 60% in seguito allo sviluppo nel commercio mondiale; e avvertiamo inesorabilmente che dati come questi mettono l´economia europea, e quella italiana in particolare, dinanzi al rischio d´un declino epocale e irreversibile.
Dovremmo trovare una missione nuova, un nostro modo specifico di stare nel mondo, ma non abbiamo una mappa del futuro e fatichiamo a portarci all´altezza degli eventi che ci circondano. Bisogna allora provare ad uscire dalla logica del giorno dopo giorno, che caratterizza inevitabilmente il dibattito politico, e aprire nel Paese un confronto serio e approfondito sul modello di produzione e più in generale di economia per il nostro futuro e quindi sulla missione dell’Italia e dell´Europa nel sistema globale del XXI secolo.
Noi qui proveremo a fornire alcuni spunti, ma senza la pretesa di avere soluzioni già pronte. Servirà il contributo di tutti: dalla politica alle forze del lavoro, dagli uomini d´impresa agli amministratori locali, dagli esponenti della cultura al mondo scientifico, per provare insieme a trovare una risposta, mettendo in fila, uno dopo l´altro, i tanti tasselli che costituiscono il domino del nostro futuro.
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Per immaginare il futuro non si può che partire dal presente. Va detto, allora, che i segnali che abbiamo davanti sono certamente preoccupanti, ma non univoci. Se, infatti, il Pil dei Paesi dell’euro continua a crescere al rallentatore; se l´asse del commercio mondiale si è ormai spostato dall’Atlantico al Pacifico; se avanza l´emorragia di strutture industriali dall’Europa ai Paesi emergenti è anche vero che alcuni settori industriali europei, dagli aeromobili agli apparecchi di telecomunicazione, continuano a dimostrare una buona vitalità con aumenti annui della produzione finanche del 7%.
L´occupazione nel manifatturiero è calata dal ´79 in maniera generalizzata, lo stesso però non vale per il valore aggiunto che è invece cresciuto. Preoccupa il distacco in termini di produttività rispetto agli Usa, ed è chiaro che non basterà qualche accordo, pur importante sull’orario di lavoro per invertire un trend determinato da anni di mancati investimenti in tecnologie. Si fa un gran parlare di innovazione e di ricerca, ma l´Europa resta staccata di oltre un punto negli impegni nel settore rispetto agli Usa e sta cominciando a delocalizzare in Cina o negli Usa proprio le attività di R&S. La competizione sui mercati globali mette a dura prova le esportazioni europee, con le produzioni italiane che sono tra le più esposte alla concorrenza dei Paesi emergenti.
Non è un caso se le poche grandi aziende italiane che resistono nelle classifiche internazionali non sono manifatturiere e sono tutte legate a settori in qualche modo protetti. Nell’ultima edizione della tradizionale graduatoria Global 1000 di Business Week la prima impresa manifatturiera del nostro Paese, Luxottica, arriva al 749° posto (17° tra le italiane). Fiat è scesa all’841° posto, 19^ tra le italiane. Il Lingotto sta conducendo una straordinaria battaglia per il rilancio, ma per chi a Torino ha vissuto e in quegli uffici ha anche lavorato, vedere l´erba alta crescere nei capannoni a Mirafiori è il segnale più evidente di un mondo che cambia.
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Davanti a questa realtà, difficile, ma non univoca, le domande cui dovremo provare a rispondere sono tante: l´Italia e l´Europa stanno attraversando un processo inesorabile di deindustrializzazione? Secondo gli stessi rapporti della Commissione europea, per quanto prudenziali e nel complesso ottimisti, “il rischio c´è e va monitorato”. Di certo la quota dell’industria manifatturiera nella produzione dell’Unione è passata dal 30% del 1970 al 18% del 2001. Ha dunque un futuro il manufacturing oggi in Europa? Molti cominciano a dubitarne. Anche perché la delocalizzazione -è ancora Bruxelles a lanciare l´allarme- “sembra non limitarsi più ai soli settori tradizionali a forte intensità di manodopera, ma comincia ad osservarsi anche nei settori intermedi che costituiscono i punti forti tradizionali dell’economia europea”.
Ha ancora un senso, in questo contesto, difendere i campioni nazionali? Probabilmente no, anzi bisogna promuovere il più possibile l´integrazione europea. Ma allora bisogna puntare su campioni europei? Probabilmente sì, come dimostrerebbero i casi Airbus o StMicroelectronics, soprattutto in quei settori dove più intenso è lo sforzo in ricerca e sviluppo e dove più rilevanti sono le economie di scala. In un mercato integrato e con una moneta unica, d´altra parte, sarebbe contraddittorio non cogliere questa opportunità.
Forse bisogna anche già lavorare a un sistema che preveda la testa delle nostre imprese in Italia e in Europa e il corpo produttivo altrove, in Cina, in India, in Africa e chissà dove. Uno studio della McKinsey ha dimostrato che il processo di offshoring già oggi, se avviene in presenza di mercati del lavoro sufficientemente efficienti, garantisce benefici economici per l´intero sistema produttivo dei paesi d´origine e per i lavoratori stessi che ne vengono coinvolti. Diventeremo, dunque, una sorta di centrale managerial-logistico-decisionale di imprese che come una rete avvolgeranno il globo intero? È possibile, probabilmente auspicabile, ma allora è evidente che non avrebbero più senso gli incentivi antidelocalizzazione, ma sarebbe il caso di lavorare affinché questa rete possa avere collegamenti veloci e, soprattutto, conservare il suo centro qui da noi.
E il sistema finanziario? Il mondo del futuro sarà sempre più fatto di transazioni finanziarie globali. L´Europa oggi ha l´euro, ha piazze importanti come Londra e Francoforte, diventerà la centrale finanziaria del mondo? E per riflesso anche l´Italia ne beneficerà? Sono domande enormi, di difficile risposta, ma è chiaro che quelle domande bisogna cominciare a porsele, perché per costruire il futuro bisogna prima di tutto vederlo quel futuro.
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Di certo l´Italia, prima ancora dell’Europa, ha una grande opportunità: è la forza delle sue produzioni e dei suoi servizi di alta qualità, il suo estro per l´estetica e il design, la sua capacità di arricchire i prodotti di valore simbolico, il potenziale non solo turistico del suo territorio, la sua cultura millenaria, il suo ambiente, la sua arte. In questo senso le grandi trasformazioni del mondo possono diventare un´enorme opportunità per il nostro Paese.
È su queste produzioni ad alto contenuto qualitativo e simbolico che negli anni futuri si consoliderà la domanda dei Paesi sviluppati e, soprattutto, si farà avanti la domanda dei Paesi emergenti. Gli europei dell’Est che stanno entrando nell’Unione, la Russia che comincia a conoscere i vantaggi dell’apertura al mercato, la Cina dei grandi numeri possono diventare per le nostre produzioni mercati di sbocco straordinari. Già oggi si stima che tra Pechino e Shanghai vi siano 10-13 milioni di consumatori che chiedono quelle tipologie di beni dove noi siamo altamente competitivi. Quando in quei Paesi si sarà consolidata una generazione nuova in grado di apprezzare i consumi di qualità, essa si rivolgerà quasi naturalmente verso quel Made in Italy che nel mondo è sinonimo del buon vivere, del gusto, del successo sociale.
Per cogliere l´occasione, però, dobbiamo scommettere in questa direzione senza attardarci in produzioni su cui non saremo mai competitivi. Intendiamoci: alcune grandi imprese dei settori più tradizionali restano e resteranno aziende fondamentali per il sistema Italia, ma accanto ad esse la moda e il design non possono essere più considerati settori di minore importanza. E la stessa auto avrà un futuro se saprà puntare sempre di più sulla capacità di estendere il fascino delle sue “sportive” a tutta la produzione, piuttosto che pensare di competere sui costi o sull’affidabilità.
Un articolo dell’Economist di qualche settimana fa sottolineava come nell’era di Internet per i consumatori mondiali i brand di qualità, i marchi, sono diventati sempre più importanti. Secondo un´analisi di Morgan Stanley l´attitudine dei cinesi verso i marchi di qualità sta crescendo esponenzialmente. Il Made in Italy di per sé è un brand di successo, Prada è un brand di successo, Tod´s, ma anche il Brunello di Montalcino e la mozzarella sono brand di successo.
È l´Italia stessa che oggi nel mondo è un brand di successo, l´Italia dei suoi territori, dei suoi mille formaggi e dei mille vini, della sua arte, delle sue ricchezze naturali, della sua cultura. Questa estate tutti noi abbiamo assistito all’arrivo nelle nostre città di un primo turismo cinese di massa, è anche questo un segnale che bisogna saper cogliere. Solo una mentalità arcaica può far guardare al turismo con lo snobismo di chi lo considera un´attività economica minore: per l´Italia, e per le sue regioni più svantaggiate in particolare, può diventare uno straordinario volano di sviluppo, nel quadro di una più ampia valorizzazione del territorio. Le attività alberghiere che ospitano turisti da tutto il mondo lungo la costa tra Siracusa e Catania possono e devono diventare parte di una valorizzazione di tutta quell’area che comprenda il turismo, ma anche l´università, i beni culturali, le specializzazioni produttive locali, la difesa dell’ambiente.
Produzioni di qualità e ricchezza dei territori sono opportunità che non possiamo permetterci di perdere. Anche perché non partiamo da zero. Al contrario c´è già un tessuto di imprese sulle quali poter puntare. Una recente ricerca di Mediobanca e Unioncamere ha messo in evidenza come in Italia ci siano 3.700 imprese con fatturato tra 13 e 260 milioni di euro, con un numero di dipendenti che va da 50 a 499 e a proprietà autonoma, che hanno messo a segno una buona crescita media negli ultimi anni. Successivamente il centro Studi di Mediobanca ha individuato, tra le imprese con un giro d´affari che va da 200 milioni a 2 miliardi di euro, 200 aziende che si distinguono per dinamismo e investimenti nei settori tradizionali come nei servizi avanzati. Un tessuto su cui lavorare, dunque, c´è.
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Se alla fine di questo dibattito emergerà che questa è una strada possibile per l´economia italiana, allora apparirà anche più chiaro cosa andrà fatto per andare in quella direzione. Non è obiettivo di questo articolo farlo già ora e sarebbe inutile ripetere un abusato elenco della spesa: più ricerca, migliore regolamentazione dei mercati finanziari, migliore flessibilità, investimenti in infrastrutture ecc. Ma tre punti vanno sottolineati.
1. Dobbiamo, innanzi tutto, valorizzare al massimo e imporre sui mercati internazionali questo triangolo costituito dalla creatività, dal territorio e dalla produzione di beni e servizi di qualità. E per farlo, come sta giustamente rimarcando in ogni occasione il nuovo presidente di Confindustria, bisogna saper lavorare in squadra. Non è un auspicio vuoto di significato. In alcuni territori lo si è cominciato a fare. Ci sono presidenti di camere di commercio, imprenditori locali, sindaci di Comuni, cooperative, che offrono modelli di produzione avanzata. Ora dobbiamo farne una costante del nostro sistema.
2. Impareremo a lavorare di più insieme, anche quando saremo stati capaci di valorizzare al massimo le nostre risorse umane. Tutti sappiamo quanto gli italiani siano dotati di una straordinaria capacità individuale di immaginare e creare nuovi prodotti, ma manca ancora la capacità di gestire organizzazioni complesse e di operare nel mercato globale. Servono persone qualificate alla gestione di processi di sviluppo di nuovi prodotti e della logistica nell’ambito della supply chain, in grado di leggere le caratteristiche dei mercati mondiali, di tradurre questa visione in processi produttivi innovativi e complessi, di gestire il lavoro in squadra.
3. Fondamentale, infine, il capitolo liberalizzazioni. L´ultimo convegno della Fondazione Rodolfo Debenedetti ha fornito spunti utili in questa direzione. Ha documentato che le liberalizzazioni dei servizi, effettuate in Europa, hanno portato a forti incrementi di produttività, stimolando fortemente la crescita economica. Per l´Italia il messaggio non potrebbe essere più chiaro: cresciamo poco perché troppi nostri mercati godono di qualche forma di protezione dagli effetti della concorrenza. Bisogna riprendere dunque il processo di liberalizzazione da troppo tempo interrotto.
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Sono, questi, solo alcuni appunti su cui riflettere. Nessuno, in questa fase, può pensare d´avere risposte preconfezionate, ma ognuno è invitato a dare il suo contributo per individuare un futuro possibile per il sistema produttivo italiano ed europeo. Nella consapevolezza che quella che abbiamo davanti non è una crisi congiunturale, come è regola che avvenga nelle economie moderne, ma è un bivio storico tra il rilancio e un lento, vebleniano crepuscolo.
Fernand Braudel ci ricorda che le civiltà non sono eterne, e che esse “nascono, si sviluppano e cadono sulla base dell’economia”. Il destino dell’Italia e dell’Europa oggi dipende da noi. Le fasi di transizione, tutte le fasi di transizione, possono portare alla morte o alla rigenerazione. Tocca a noi dimostrare se per l´Italia e l´Europa c´è, oggi come all’epoca dei luddisti, una strada nuova da poter percorrere.