Archivio di dicembre 2004

SILENZIO

mercoledì, 29 dicembre 2004


Ricordo che, quando ero bambino, di fronte ad eventi di particolare gravità, la televisione sospendeva le trasmissioni più frivole in segno di lutto e di rispetto per il dolore altrui. Oggi nessuno sembra più avere il coraggio e la sensibilità per fermare, anche per pochi minuti, spettacoli e spot pubblicitari: “the show must go on”. Segnalo l’articolo sottoriportato per la sua umanità, in un contesto -specie televisivo- pervaso da tanta invincibile stupidità. 


PASSAPAROLA
Capodanno senza botti
un silenzio per condividere

In un mondo sempre più globale, quello che è successo ci tocca
da vicino. E la festa non può trascorrere come se niente fosse
di MAURIZIO CROSETTI



Ci sono momenti in cui il silenzio è una necessità più che un dovere. Momenti in cui non si può chiudere il mondo dietro la porta di casa, lui là fuori, noi qui dentro a festeggiare. Perché questo non è un Capodanno come gli altri. Il mondo, fuori, ci è entrato in casa senza bussare: è così che fa, quando la gente muore. Il mondo sfonda la porta, ci mette davanti agli occhi le tremende fotografie dei giornali, le strazianti immagini della televisione. Non è possibile restare indifferenti a quel mondo che bussa e muore, magari con una bottiglia di spumante in mano e un petardo nell’altra.

Non si tratta di retorica, né di astratta carità mentale. La necessità del silenzio, come momento di riflessione sulla nostra storia e sul nostro destino di uomini – che in un attimo può trasformarsi nel destino di tutti e viceversa (il destino è capriccioso e non si cura dell’indifferenza) – riguarda chiunque abbia occhi e cuore.

E allora pensiamo che stavolta sia giusto non fare rumore, non festeggiare il nuovo anno con i botti e i fuochi: sarebbe come urlare in presenza di chi soffre. Condividere un dolore non vuol dire diventare tristi, ma rispettare quel dolore e chi lo sta vivendo.
Anche se si trova dall’altra parte del mondo: e poi, la tragedia del Sudest asiatico ci ha spiegato che il mondo è diventato proprio piccolo, e che lo si percorre in un attimo. Può accadere di essere turisti in vacanza esotica, e in un istante trasformarsi in vittime o testimoni di un cataclisma.

Dunque, il silenzio di Capodanno è anche un modo per riflettere su di noi, non solo per essere un po’ più vicini a “loro”, ai lontani, agli sventurati.






Una festa senza fuochi (che, tra parentesi, ogni anno mozzano mani e oscurano occhi, di bambini e ragazzi soprattutto) è un segno di profonda umanità, di semplice ma vissuta partecipazione. Aspettare il secondo che fa scoccare il nuovo anno, e pensare che chi sta male non è solo: proviamoci, stavolta. Sarà una maniera, anche, per augurarci di non essere soli quando potrebbe toccare a noi star male.

Si parla tanto di globalizzazione e di confini più vicini, in questa nostra inquieta modernità, e così viviamo nel mondo che aspetta il nuovo anno.

Proviamo a farlo nel silenzio e nel rispetto del dolore, così anche il nostro pensiero potrà essere un po’ più globale, se riuscirà a occuparsi dell’uomo.

Cioè gli altri, cioè noi.

(da La Repubblica 29 dicembre 2004)

AUGURI

giovedì, 23 dicembre 2004


Scrivere è servito a chiarirmi le idee e a partorirne alcune, sicuramente audaci, cui proprio non pensavo quando ho cominciato a farlo in questo blog. Ringrazio tutti coloro che, con i loro commenti ed e-mail, mi hanno aiutato ad ampliare i punti di vista, li ringrazio anche del loro affetto e della loro ironia (“sai scrivere, hai buone idee, ma ti ostini a vivere nel posto sbagliato”). L’impegno non era e non voleva essere, però, solo una “oziosa” provocazione intellettuale. Per questo, con il 2005, vorrei scrivere più della traduzione pratica di alcune delle idee di questo blog e delle prime iniziative che in tal senso stanno prendendo piede con il contributo, ovviamente, di tante altre persone:



  • l’associazione “Libertà e Giustizia”, di cui sono socio, ha fatto sua l’idea di proporre al Comune di Palermo di dare una effettiva sostanza al valore democratico della trasparenza amministrativa (“la città è un condominio solo un po’ più complesso”) e ha anche aperto uno spazio virtuale di comunicazione tra i propri iscritti leggibile da tutti (www.bloggers.it/legpalermo);

  • un docente della Bocconi, di origine siciliana, sta realizzando un forum pubblico su internet rivolto ai tanti “cervelli” siciliani che si sono inseriti e affermati professionalmente altrove: una vera coscienza critica della Sicilia cui nessuno da’ voce sui media;

  • il progetto di un convegno sul tema della traduzione in una opportunità di sviluppo economico  della guerra tra economia legale ed illegale, con la verifica giuridica e finanziaria delle idee riportate sul blog in quest’ultimo mese e con l’individuazione di un leader politico nazionale ed uno regionale, eventualmente disponibili ad intestarsi questa ambiziosa battaglia.

Ho riscontrato anche in tanti uno scetticismo alla Tomasi di Lampedusa (anche se tutto dovesse cambiare, in realtà non cambierà nulla) che mi fa sempre pensare che la tanto celebrata “intelligenza” dei siciliani è forse più un problema che una risorsa (se fossero davvero tanto intelligenti, non si sarebbero ridotti in questo stato). Va bene allora l’intelligenza, lucida e anche disincantata, ma anche il pragmatismo è una gran bella cosa!


Gli auguri migliori di un sereno Natale e di un 2005 con qualche prezioso segnale di cambiamento!


 

LA PROSSIMA INVASIONE

martedì, 21 dicembre 2004


Può un problema divenire un’opportunità? Teoricamente, sì. Con una buona dose di volontà e di coraggio, assieme ad una strategia efficace, decisamente sì. Anche se il problema dovesse chiamarsi “cultura mafiosa”: il problema per eccellenza del mancato sviluppo in senso moderno della Sicilia. Come tutte le attività umane -diceva Giovanni Falcone- la mafia che della cultura parassitaria rappresenta solo il volto più violento e dichiarato, avrà un inizio e una fine. Questa fine potrebbe  essere segnata dal definitivo scontro tra economia legale ed economia illegale, quella cioè che cerca di accumulare profitti illeciti assieme al necessario potere politico-sociale finalizzato a perpetuarli.

 

In un contesto internazionale dove la globalizzazione dei mercati pone con drammatica urgenza il problema della riconversione economica di intere aree del continente colpite dalla delocalizzazione produttiva verso i mercati emergenti dell’est Europa e dell’Asia, la Sicilia non ha da sola le capacità per tentare un rilancio che, se è fallito in condizioni di maggiore protezione interna, non ha alcuna chance nell’attuale contesto di crisi della finanza pubblica, a meno che non si punti, più che a ciò che oggi è, a ciò che la Sicilia potrebbe essere in uno scenario di sviluppo futuro possibile. Le potenzialità infatti non mancano: favorevole clima; bellezze paesaggistiche, anche se spesso violate; un considerevole patrimonio storico-culturale; un’agricoltura  che potrebbe sempre più essere votata alle produzioni di qualità; una classe dirigente altrove affermata, potenzialmente pronta al rientro a determinate condizioni (i cervelli “fuggiti”); una popolazione che rappresenta un discreto mercato interno (il 10% di quello nazionale), specie per il commercio che dovrebbe razionalmente organizzarsi tra grande distribuzione e dettaglio, più rivolto quest’ultimo alle produzioni locali e stagionali (il viaggiatore dovrebbe poter trovare solo qui determinati sapori); gli aspetti migliori del carattere e della cultura dei siciliani; ecc. In termini di sviluppo economico, tali potenzialità potrebbero inserirsi efficacemente in una “visione” futura della Sicilia che la veda come un’area internazionalmente riconosciuta per la sua qualità della vita: qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo, qualità architettonico-urbanistica delle città e delle coste, in una ritrovata armonia tra bellezza naturale dei luoghi e segni umani; qualità delle sue fonti energetiche pulite e rinnovabili (solare termodinamico, fotovoltaico, eolico). Un luogo, quindi, votato ad attirare turismo di qualità (viaggiatori, più che turismo di massa), rappresentato anche dai nuovi ricchi provenienti dai mercati emergenti eurasiatici, una sorta di California d’Europa, con tanto anche di attività terziarie e direzionali ad alto valore aggiunto, rivolte al bacino del Mediterraneo o alle future rotte commerciali nord-sud, Europa-Africa.

 

Per riconvertire il territorio in modo tale da innescare un circolo virtuoso, sono necessarie enormi risorse economiche. L’esperienza dell’Irlanda, un’isola con la stessa popolazione della Sicilia e con analogo passato di miseria ed emigrazione, o della Spagna che in pochi anni hanno imboccato un sentiero di forte sviluppo economico in senso moderno, dimostra di quali veri “miracoli” può essere capace, relativamente in pochi anni, una classe politica pragmatica e coraggiosa. La Sicilia non può farcela da sola, se non attirando forti interessi economici internazionali in un quadro culturale, più che di ordine pubblico, che favorisca gli investimenti stranieri.

 

Da questa constatazione parte una proposta audace, ma teoricamente possibile, una grande opportunità per un cambio di regime politico, culturale, economico e sociale in Sicilia (ma esportabile anche in altre aree del Meridione) che qualche politico, con il necessario fegato, dovrebbe intestarsi.

 

Una riforma della legge Rognoni – La Torre finalizzata alla definizione di una strategia più efficace nella lotta tra economia legale e illegale che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo. Tale strategia dovrebbe essere incentrata sull’utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence, e alla costituzione di un pool di magistrati specializzati che si occupi di verificare poi, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero. Verrebbe costituito uno  speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a professionalità internazionali (es. banche di investimento) e tale fondo alimenterebbe poi un “Programma di riconversione della Sicilia” che finanzierebbe gli interventi sul territorio coerenti con il disegno di architetti e urbanisti di prestigio internazionale. La Regione potrebbe anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che anticipano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanta nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito -con tanto di vaglio delle istituzioni finanziarie- attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

 

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza dell’operazione, basti considerare che un panetto di coca da 1 kg. alla produzione costa $20, tagliato al 25% da’ luogo a 4.000 gr. venduti a 70 euro per un totale di 280.000 euro: ci saranno da pagare gli spacciatori, gli avvocati, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, ma restano sicuramente anche un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero. Il costo del ponte sullo stretto (5 mld di euro), potrebbe rappresentare l’unità di misura di questa operazione paragonabile alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia nel 1867.

 

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Se, per esempio, un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile al boss Tizio, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50, consentendo ad un esponente dell’economia legale locale, con le dovute garanzie, di concludere un grosso affare.

 

Una politica nuova, improntata alla massima trasparenza amministrativa, a fare dei Palazzi del potere politico in Sicilia, a tutti i livelli, delle “case di vetro” sotto il controllo incrociato dei cittadini (la città -o la Regione- è un “condominio” solo più complesso, ma ispirato agli stessi principi democratici di delega e controllo), potrà ridare ai tanti cittadini siciliani che condividono profondamente un’idea di modernità, l’occasione per riscattarsi dal giogo della cultura mafiosa e di non pagare oltre, nella propria attività o professione, l’inaccettabile prezzo dell’odierno stato di cose. Un impegno che varrà la pena di affrontare quanto meno per la propria tasca, se non per più alte ragioni ideali! Servirà, ancora una volta, una invasione esterna, questa volta pacifica, di capitale umano e finanziario, ma è il destino della Sicilia saper poi “conquistare” i suoi conquistatori, generando quelle fusioni di genti, stili, culture -con le conseguenti contraddizioni di questi rimescolamenti- che da secoli rappresentano il segreto del suo fascino e della sua inimitabilità.

HEAD HUNTERS

giovedì, 16 dicembre 2004


Mentre la politica sembra sempre più fatta di leggi di natura finanziaria, di tagli e di numeri, quasi si parlasse della conduzione di un’azienda, nella selezione dei politici non si adottano i criteri tipici di una grande azienda quale, per analogia, potrebbe essere considerata una regione. Come mai, infatti, si è attenti alla scelta dei manager di società quotate in cui sono investiti i nostri risparmi e che sono accuratamente selezionati da società di executive search mentre si affidano invece, non i nostri risparmi, ma la stessa qualità della nostra vita a persone che gestiranno budget enormi per il territorio, le infrastrutture, l’istruzione, la sanità, ecc. senza nessuna verifica di attitudini e competenze, se non quelle teoricamente derivanti dal consenso ricevuto? Non sarebbe il caso che, in una società complessa per capacità di lungimiranza e competenze richieste come la nostra, i profili dei prossimi candidati alle elezioni regionali del 2006 venissero vagliati anche, in modo indipendente, da una società di cacciatori di teste (es. http://www.egonzehnder.com/)? 

FORUM DEI CERVELLI FUGGITI

lunedì, 13 dicembre 2004


Ho già scritto in settembre della perdita di preziose risorse per la Sicilia causata dal c.d. fenomeno della “fuga dei cervelli”. Cervelli che si vedono costretti a lasciare la terra natale e che vengono normalmente apprezzati altrove. L’effetto più odioso di questo fenomeno è il circolo vizioso che si determina e che consiste nel tenere basso il livello della sana competizione che si dovrebbe avere nell’impresa, nelle professioni, nell’Università, ecc. Per qualcuno, o per molti, va sicuramente bene così. Come dare voce allora a queste persone che, grazie alla loro -sicuramente almeno un po’ sofferta- scelta di vita, hanno avuto modo di sperimentare in prima persona le differenze tra il posto di vita e di lavoro dove sono nati e quello in cui hanno scelto di andare a vivere, sia in Italia che all’estero? Potrebbero testimoniare, con estrema concretezza e utilità per l’uditorio, ciò che qui manca e che hanno trovato altrove. E magari lanciare delle idee su come ovviare al problema e colmare il gap. Penso che -in mancanza di adeguata attenzione da parte di altri media- la rete internet possa offrire un luogo virtuale di scambio di idee e voglio suggerire a qualche amico della Bocconi (i due terzi degli studenti che vi studiano sono siciliani o pugliesi) di fare da moderatore di un forum pubblico da attivare appositamente allo scopo. Il forum degli “ex ragazzi siciliani di belle speranze”, dei cervelli che questa terra ha lasciato andar via, talvolta, senza neanche più tanto reciproco rimpianto: persone scomode per chi si rassegna, per chi si accontenta e per chi pasce sereno al seno di mamma Regione.

PATOLOGIE ECONOMICHE

giovedì, 9 dicembre 2004


Siamo normalmente abituati a legare il business o l’attività professionale allo sviluppo, per così dire, “fisiologico” dell’attività economica, ma anche quello “patologico” è, non meno, fonte di lavoro. E in certe aree, economicamente deboli, anche più di quello fisiologico. Si pensa generalmente alla patologia economica come all’attività di chi si occupa di diritto fallimentare, di accordi interbancari o di ristrutturazione del debito, ma, già in precedenza, ho fatto notare che in Sicilia vi sono dei professionisti che, su incarico del Tribunale, amministrano realtà produttive fatte di società, aziende, tenute agricole, attività commerciali di vario tipo -sparse per tutto il Paese- del valore patrimoniale anche superiore ai mille miliardi delle vecchie lire: sono le amministrazioni giudiziarie di cui Palermo detiene il primato dimensionale in Italia. Un altro campo in cui, paradossalmente, il “profondo sud” è più interessante del “profondo nord”, è rappresentato dai crediti problematici. In Italia ci sono più di 400.000 miliardi delle vecchie lire di crediti in sofferenza che pesano sui bilanci di banche e finanziarie. Per tutta una serie di ragioni, questi operatori hanno interesse a disfarsene, in genere con la tecnica della cessione pro soluto ad una società veicolo che se ne finanzia l’acquisto tramite emissione di obbligazioni sul mercato (cartolarizzazioni). Anche qui si è visto che i crediti problematici sono assistiti, alle basse latitudini, da un livello di garanzie di molto maggiore che al nord (ipoteche, pegni, privilegi, garanzie fidejussorie) con la possibilità, ad esempio, di poter più agevolmente trasformare il credito in un immobile per poi rivenderlo al fine di recuperare il costo dell’acquisto del credito stesso (normalmente finanziato da altre banche) e conseguire un margine di profitto. Tutto questo per dire, ricollegandomi ai precedenti interventi, che il maggiore business che si può, teoricamente, sviluppare in aree sotto il controllo della criminalità organizzata è quello teso alla intercettazione di società, aziende, tenute agricole, attività finanziarie -in Italia e all’estero- frutto del reinvestimento di capitali di illecita provenienza (attraverso il lavoro di intelligence), al loro sequestro (con il conseguente lavoro di amministrazione giudiziaria), alla confisca (con la decisione del Demanio se detenere o vendere) e, soprattutto, con il finanziamento della stessa guerra all’economia illegale. Vorrei soffermarmi su quest’ultimo aspetto. Qualunque flusso futuro è finanziariamente capace di generare un’anticipazione di cassa attuale. Il fatturato della criminalità organizzata, anni fa, si diceva fosse superiore a quello della FIAT dei tempi migliori. Certo, ci sono da pagare gli avvocati, mantenere le famiglie dei carcerati e la manovalanza varia, ma avanzano comunque un sacco di soldi che vengono reinvestiti in centri commerciali, cliniche, immobili, aziende agricole, ecc., sia lì dove si controlla il territorio (Meridione), ma anche nel resto d’Italia e all’estero (est Europa, Mediterraneo, Americhe). La vendita, successiva alla confisca definitiva, all’amministrazione giudiziaria e all’intercettazione di tali beni, rappresenta certamente un flusso di cassa futuro che potrebbe essere oggi finanziato, ad esempio, mediante un prestito obbligazionario emesso da un veicolo societario cui la Regione Sicilia abbia ceduto il “credito” ad avere un congruo risarcimento del danno subito, anche solo negli ultimi decenni, dalla “onorata società”, notoriamente costituita dai siciliani più impresentabili. Guardate che l’affare non è solo per la Sicilia, ma anche per il territorio e le popolazioni in cui è stato consumato il riciclaggio. Se, per esempio, si dimostrasse che la proprietà di un determinato villaggio turistico in Spagna è riconducibile al boss Tizio e si riuscisse a confiscare il bene del valore di 100 e a rivenderlo poi, anche a 50, un operatore dell’economia legale spagnola farebbe un affare, la Sicilia pure: pagherebbe solo Tizio per tutti! E’ normale: tanto per ricollegarmi all’attività sviluppata da operatori professionali in materia di crediti problematici, il prezzo di cessione di crediti chirografari può essere anche pari all’1%, mentre quelli ipotecari anche al 30-35% del nominale! Se si pagasse l’attività di intelligence a risultato, es. al 10%, la Regione incamererebbe 45 dell’esempio: comunque tutto grasso che cola! Il valore del credito che la Regione Sicilia potrebbe cedere sarebbe dell’ordine di diversi miliardi di euro e potrebbe alimentare un fondo attraverso cui ripristinare la bellezza di città e coste (abbattendo ciò che è abusivo ed espropriando, abbattendo e ricostruendo -con più criterio- ciò che abbrutisce il paesaggio e le città), premessa indispensabile per lo sviluppo, in un territorio riconvertito ad alta qualità della vita, di un autentico turismo di qualità:  uno dei maggiori business del terzo millennio. 

 

MANOMORTA

martedì, 7 dicembre 2004


L’età moderna fu caratterizzata dallo scontro tra lo Stato, le cui entrate fiscali erano danneggiate dall’immobilità del regime giuridico ed economico in cui si trovavano i beni -specialmente immobiliari- che appartenevano a istituzioni ecclesiastiche o a enti morali ed erano considerati pertanto inalienabili e non assoggettabili alle tasse di successione, e la Chiesa che richiedeva la totale esenzione fiscale per il proprio patrimonio. Dopo la Rivoluzione francese e la Restaurazione si posero dei limiti alle esenzioni ecclesiastiche e, in diversi stati europei, fu istituita, tra il XIX e il XX secolo, una tassa di “manomorta”. In Italia si giunse nel 1867 alla confisca dei beni ecclesiastici, ancor oggi adibiti a usi civili, amministrativi e militari. Questa confisca di beni che pure erano stati per secoli un modello di organizzazione anche economica (si pensi all’attività agricola dei monasteri, rivalutati oggi come modello aziendale) servì a finanziare le crescenti necessità dello Stato unitario. La storia la scrivono i vincitori, addolcendo -nel caso- i delitti commessi dall’una a scapito dell’altra parte. E’ sempre stato così. Anche oggi. Per questo, quando scrivo che la lotta al riciclaggio, da problema, può divenire un’opportunità economica per la Sicilia, quando scrivo che si dovrebbero usare le migliori risorse investigative e di intelligence presenti sul mercato (es. http://www.krollworldwide.com/) per intercettare, confiscare e vendere beni e attività finanziarie (oggi investiti soprattutto all’estero) al fine di risarcire e finanziare la ricostruzione in senso moderno del territorio e dell’economia siciliana, lo dico con cognizione di causa delle cifre in gioco, dei problemi e anche dei rischi connessi a questa operazione. Questo è il vero terreno di scontro tra economia legale ed illegale. E, come sempre, vincerà il più forte,  chi non ha paura di giocare duro: quando il gioco si fa duro, i duri scendono a giocare. E’ quasi un obbligo morale.

RICONVERSIONE

lunedì, 6 dicembre 2004

Sono stato parecchie volte in Spagna, la prima volta -nel 1967- avevo 10 anni e la Spagna sembrava indietro di 20 anni rispetto a noi: l’ultima volta -poco tempo fa- sembrava invece … 20 anni avanti a noi. Ecco di quale capacità di recupero può essere capace una classe politica moderna di sinistra, di centro o di destra, quali quelle che si sono succedute dal ’76 ad oggi. Ricordo quanto era selvaggia l’edilizia di Torremolinos degli anni ’60: Bagheria ci faceva la sua bella figura al confronto! Poi le cose sono cambiate in meglio grazie a politici pragmatici e ad architetti e committenti dotati di miglior gusto. Oggi, se vuoi costruire un albergo nuovo devi abbatterne prima uno vecchio e brutto: un circolo virtuoso! Finanziariamente, i conti tornano perchè il Paese è in crescita e può permettersi una riconversione anche solo estetica. Torniamo a noi. Un amico architetto mi ha detto che se anche ricoprissimo di rivestimenti a specchio i brutti palazzoni della Palermo dell’espansione urbanistica del dopoguerra, a parte il costo, non risolveremmo granchè perchè resterebbe "la densità edilizia troppo alta, l‘assenza di servizi adeguati sia nei cosiddetti quartieri residenziali che in quelli periferici, l’assenza di una qualsivoglia idea progettuale (formale, strutturale), l’assenza di attenzione verso le preesistenze (naturali e architettoniche), tanto da parte degli urbanisti che firmarono il PRG del 1956-62 che degli speculatori che ne realizzarono l’opera, quanto da parte dei grandi architetti, come Gregotti, che ci hanno regalato perle di siderale astrazione teorica come lo ZEN/2. Per non dire dell’abusivismo che nei paesi civili è pratica sconosciuta, mentre da noi è un modo come un altro per disegnare la città". Va bene, visto che l’ultima cosa che mi mancano sono le idee originali, sono costretto a prendere atto dei rilievi alla mia ingenua soluzione dei rivestimenti a specchio e ad alzare il tiro. Il restyling dell’urbanisticamente e architettonicamente brutto a Palermo, in Sicilia, nelle coste, ecc. richiederebbe un mare di soldi, abbiamo una risorsa cui far capo a tale scopo? Teoricamente, sì. La storia -che notoriamente viene scritta dai vincitori- insegna che quando un popolo smania perchè ha sete di riscatto, di terre, di risorse, ecc. si rivolge al vicino: se va bene, troverà anche una "nobile" ragione per le sue conquiste, da raccontare ai posteri. Se questo territorio ha subito un impoverimento a causa del condizionamento criminale, sarebbe ora che i siciliani liberi e onesti si "costituissero parte civile" attraverso una classe politica nuova per chiedere un congruo risarcimento. Con un approccio alla Bondi (V. precedenti interventi) si potrebbe perseguire in Sicilia e soprattutto nel resto del mondo (est Europa, sudamerica, Mediterraneo, ecc.) il reinvestimento dei profitti illeciti della mafia. Il sequestro, confisca e vendita sul mercato di immobili, tenute, aziende, società, attività finanziarie, ecc.(cartolarizzando, perchè no, questa operazione ad opera della Regione Sicilia, con tanto di rating) ridarebbe al territorio siciliano congrue risorse per ricostruirlo anche di sana pianta con i migliori urbanisti ed architetti del mondo. Con un miglior equilibrio urbanistico, i brutti palazzoni da 13 piani di oggi potrebbero far posto ad una skyline di grattacieli moderni da 50-60 piani. Fantascienza o programma per un politico "cazzuto"?

LAVORI POVERI

venerdì, 3 dicembre 2004

Questo ricordo è datato 1985. Lavoravo allora per un’importante istituzione bancaria italiana che offriva finanziamenti e altri servizi alle imprese ed ebbi modo di conoscere un imprenditore palermitano, mai più visto, né sentito, che operava nel settore delle plastiche e che mi volle raccontare, nel corso dell’incontro, una storiella. Dei suoi conoscenti avevano ricevuto l’offerta di partecipare all’acquisto di un grattacielo a New York. “Non c’è bisogno di portare i soldi” era stato loro detto, allettandoli e incuriosendoli verso la proposta. Qual era la spiegazione? L’acquisto era collegato al servizio di ritiro della spazzatura dell’intero edificio adibito ad uffici e, subappaltando il lavoro a “negri e portoricani”, con il margine generato da questa attività, si poteva addirittura pagare il mutuo per l’acquisto del grattacielo stesso: “si guadagna bene con i lavori poveri”, era la filosofia del racconto. L’utilizzo di flussi futuri capaci di ripagare un costo attuale è alla base della finanza di progetto. Stranamente, in quest’ottica, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria non è finanziabile e infatti appartiene all’ANAS e non ad una società privata (non la comprerebbe nessuno), mentre, giunti allo Stretto, un’opera di rilevante dimensione come il più grande ponte ad unica campata del mondo, diventerebbe “magicamente” meritevole di finanza di progetto grazie ad improvvisi ed adeguati flussi di pedaggi. Il Ponte, a mio avviso, resterà un proclama o, peggio, una nuova incompiuta, mentre i 5 miliardi iniziali e i 138 milioni l’anno a carico delle Ferrovie, per oltre 40 anni, potrebbero essere meglio impiegati per il potenziamento e l’ammodernamento delle reti stradali e ferroviarie siciliane e calabresi, per la ristrutturazione degli scali portuali e aeroportuali e per incentivare il trasporto via mare e aereo di merci e passeggeri (http://www.strettodimessina.it/index.html ). Non vorrei che, di qui e di là dello Stretto, qualcuno si arricchisse ugualmente con un “lavoro povero” preliminare: il movimento terra degli sbancamenti necessari all’opera.

PERMASTEELISA

mercoledì, 1 dicembre 2004


Non ho un buon rapporto con ciò che è brutto, sono “sciarriato”, come si dice da queste parti. Prendiamo ad esempio l’edilizia residenziale (ma anche le altre tipologie): nutro seri dubbi sul senso estetico degli ingegneri ed architetti che hanno lavorato a Palermo negli anni ’60, ’70 e ’80 (con gli anni ’90 qualcosa è migliorato). Quelli che, per intenderci, interpretarono alla lettera la visione estetica dell’assessore ai lavori pubblici e poi sindaco, Vito Ciancimino: “Palermo è bella: facciamola più bella!”. Vorrei che i nomi di questi professionisti e dei pubblici amministratori responsabili dell’approvazione dei progetti, delle volumetrie, ecc. fossero indicati in una semplice targhetta apposta su ogni edificio perché si conoscano almeno i nomi di questi benemeriti signori. Chiedo spesso a ingegneri ed architetti: qual è il ciclo di vita di un palazzo moderno in cemento armato? Non penso infatti che siano manufatti tendenzialmente eterni come i templi greci e poiché le mie competenze riguardano principalmente il rapporto finanziario tra rischio e rendimento, mi sono sempre chiesto perché la gente compri, più o meno allo stesso prezzo al metro quadro, immobili nuovi oppure con trenta, quarant’anni di vita alle spalle, purchè nella stessa zona: l’obsolescenza non si applica nel campo immobiliare? Non è forse una bolla speculativa anche questa? Alla mia domanda, i tecnici rispondono che non lo si sa, non si ha esperienza: quando il problema si manifesterà, sarà di certo un grosso problema sociale. Né mi sembra che nei condomini vengano fatti congrui accantonamenti per le future, ma certe, manutenzioni strutturali: si tira avanti, poi magari una leggina “socializzerà”  anche questa calamità mentre per anni sarà stato “privatizzato”, incamerato nei prezzi correnti delle transazioni immobiliari, il mancato ammortamento del bene! Quando, qualche anno fa, un palazzo è collassato per cedimento strutturale o per l’effetto della salinità della sabbia utilizzata per l’impasto del cemento, ho pensato, cinicamente, che, probabilmente, collasso dopo collasso, si stava prospettando una insperata soluzione al mio patimento estetico. Poiché però ho anche fretta di vedere le soluzioni realizzate, mi sono ricordato di Permasteelisa (http://www.permasteelisa.it/), una società quotata, vanto del made in Italy, che produce con tecnologie innovative rivestimenti di edifici normalmente disegnati da grandi architetti. La multinazionale per cui ho lavorato per dieci anni, vanta in tutto il mondo parecchi edifici, autentici capolavori di architettura, rivestiti da questa società italiana. Prima di esprimere la mia idea, premetto doverosamente che non sono un tecnico della materia, di cui saranno invece benvenuti i commenti, ma … vado ugualmente ad intuito. Immaginate di rivestire i brutti palazzoni di Palermo, quelli che per chi vi è nato sono familiari e “normali”, ma che scandalizzano immancabilmente il viaggiatore nordeuropeo, con materiale a specchio munito, magari, di celle fotovoltaiche: sparirebbe d’un colpo il brutto, sostituito dall’azzurro del cielo! L’immagine della città migliorerebbe, richiamerebbe l’interesse dei visitatori (con ricadute sul turismo), si produrrebbe energia elettrica da una fonte rinnovabile, si darebbe lavoro vero (agli LSU?) nel campo della pulizia e manutenzione delle superfici. Teoricamente si potrebbero creare dei flussi futuri capaci di finanziare, anche con il concorso di risorse pubbliche -come avvenne per il recupero del centro storico- l’intervento “estetico” nella città sviluppatasi tumultuosamente nel dopoguerra: fantascienza?