Archivio di marzo 2005

L’EREMO DELLA GIUBILIANA

martedì, 29 marzo 2005


Struttura di livello e buon gusto quella del vecchio convento nelle campagne di Ragusa trasformato dai proprietari-gestori in un hotel di charme con tanto di aeroporto privato (www.eremodellagiubiliana.it). Personale cortese e sorridente, paesaggio suggestivo con i muri a secco e i carrubbi, il mare a poca distanza, possibilità di escursioni naturalistiche in Land Rover, a cavallo o in mountain bike e possibilità addirittura di fare escursioni in aereo sulla Sicilia,  Malta, Pantelleria, Lampedusa o in Tunisia. A Ragusa, se non bastasse, oltre al barocco, ci sono anche due dei migliori ristoranti della Sicilia (www.locandadonserafino.it e www.ristoranteduomo.it). Bravi, veramante bravi questi ragusani!

MAMMA ANDREA

giovedì, 24 marzo 2005


Fondata nel 1989 a Palermo, “I Peccatucci di Mamma Andrea” di Andrea De Cesare produce con gusto e qualità dolciumi della tradizione locale. Conta 13 dipendenti. Nel 2002 la società ha riunito la produzione, gli uffici e i magazzini in un nuovo stabilimento; contemporaneamente, si è sviluppato il processo di esportazione dei prodotti che trovano un’importante diffusione soprattutto in Svezia, Inghilterra e Giappone. Andrea De Cesare è un bell’esempio di quell’imprenditoria al femminile che andrebbe sicuramente incoraggiata e sostenuta anche per i valori di modernità di cui le donne sono spesso portatrici nella società, come nelle attività economiche. Come imprenditrice, riconosco ad Andrea un solo “peccatuccio”: non si è ancora dotata di un adeguato sito internet!

SECONDO SOLLECITO

martedì, 22 marzo 2005


I soci della Sicilia occidentale di “Libertà e Giustizia”, un’associazione che annovera tra i fondatori Umberto Eco, Gae Aulenti, Umberto Veronesi, Enzo Biagi, Guido Rossi, Giovanni Sartori ed altre personalità (www.libertaegiustizia.it), hanno fatto propria in dicembre un’idea di questo blog: non ha senso eleggere a suffragio popolare l’amministratore di una città se non se ne può poi controllare l’operato nell’aspetto più critico, la spesa. La città è un condominio un po’ più complesso, dove non si dovrebbero delegare poteri all’amministratore (il Sindaco) rinunciando ad un rendiconto trasparente e ad un controllo diffuso tra i cittadini. Da qui la proposta di “rendere pubblici sul proprio sito istituzionale tutti i dati di spesa con la descrizione di importo, destinatario e causale. Ciò con lo spirito di collaborare alla piena attuazione della politica della trasparenza voluta da codesta Amministrazione” (www.bloggers.it/legpalermo). Il Sindaco Cammarata, dopo più di tre mesi dall’originaria -e originale- proposta e già dopo un primo sollecito non ha ancora risposto, pur accentrando oggi su di sè anche la delega alla trasparenza. Non è una bella cosa. La trasparenza, oggetto del suo programma politico, è forse un affare troppo delicato per metterlo in mano ai cittadini? E’ così difficile rispondere o accordare l’incontro richiesto?

BUSINESS CARD

lunedì, 21 marzo 2005


A parte le scuse più improbabili per giustificare il ritardo di regola (se si ha un appuntamento a Milano alle 10:00 non si può prendere un aereo alle 7:50 da Palermo …), ciò che mi ha sempre colpito del siciliano nelle trattative d’affari è che non porta mai con sè quel biglietto da visita che, in tali occasioni, è la prima cosa che ci si scambia. Mi sono sempre chiesto il perchè di questo comportamento e penso di avere finalmente trovato una spiegazione: il siciliano, generalmente, non giunge mai ad un incontro d’affari “a freddo”, chiamando l’interlocutore semplicemente al telefono perchè cerca magari un produttore di un particolare componente meccanico. Non sono le “Pagine Gialle” la via maestra delle informazioni d’affari: il siciliano preferisce chiedere alla sua vasta rete di conoscenze se c’è qualcuno che conosce quel determinato tipo di produttore. Ragion per cui il suo vero biglietto da visita è il suo presentatore. Se a Palermo fosse stato costruito un palazzo analogo a quello della civiltà e del lavoro dell’EUR, porterebbe sicuramente in alto la seguente scritta: “un popolo di mediatori, sensali, intermediari, sbrigafaccende, trafficanti e -talvolta- narcotrafficanti”.

QUALITA’ ALIMENTARE

mercoledì, 16 marzo 2005


Hanno sorpreso un po’ tutti le recenti dichiarazioni dello scienziato Umberto Veronesi in aperto contrasto con convinzioni largamente diffuse: provoca più tumori la cattiva alimentazione dello stesso smog (per il quale pure si rivoluziona la mobilità di intere metropoli). Prendo spunto da questo fatto per parlare come sempre della Sicilia e di come, se veramente se ne volesse immaginare uno sviluppo economico migliore e diverso, l’affermazione di Veronesi possa fornire nuove idee imprenditoriali. Che la Sicilia, con il suo clima e microclima, sia una terra vocata all’agricoltura è noto da millenni, ma potrebbe anche essere una terra internazionalmente riconosciuta per la qualità “salutistica” dei suoi prodotti? Se ci fossero imprenditori lungimiranti dovrebbero approfondire con scienziati come Veronesi (peraltro molto sensibile a tematiche civili e cofondatore dell’associazione “Libertà e Giustizia”) le caratteristiche di produzione e i protocolli di certificazione di prodotti agricoli coerenti con l’obiettivo di prevenzione dei tumori. Un marketing moderno farebbe il resto e la mancata industrializzazione della Sicilia, da problema storico, si tramuterebbe in opportunità per il futuro. Troppo difficile?

RESPONSABILITA’ SOCIALE NELLE PROFESSIONI

venerdì, 11 marzo 2005


Il mondo dell’economia e della finanza, dicevamo, ha colto in anticipo i principi della responsabilità sociale dell’impresa, ma gli stessi concetti potrebbero applicarsi anche al mondo delle professioni e dei mestieri. Una società di attori professionali ed economici ispirata ai principi dell’etica e della responsabilità sociale sarebbe sicuramente una società dove si vivrebbe meglio. Facciamo degli esempi relativamente a quanto accaduto negli ultimi quarant’anni. Architetti o ingegneri “socialmente responsabili” avrebbero mai firmato i progetti e diretto i lavori relativi a quelle schifezze di palazzi costruiti nel dopoguerra sull’onda della speculazione edilizia? Medici e farmacisti “socialmente responsabili” avrebbero mai tollerato gli sprechi di denaro pubblico che si sono dati nel mondo della sanità, in combutta con l’industria farmaceutica? Notai, commercialisti e funzionari di banca “socialmente responsabili” sarebbero mai stati il necessario tramite dell’imponente fenomeno del riciclaggio di denaro di illecita provenienza? Funzionari e docenti pubblici “socialmente responsabili” avrebbero mai trasformato servizi pubblici essenziali in qualcosa di poco più che meri “stipendifici”? Penso che di fronte alla prospettiva del declino economico che si sta sempre più chiaramente imboccando (non è scritto da nessuna parte che un’economia possa solo crescere nel tempo) queste domande diventino di grande attualità per il ripensamento di regole e costumi che accompagnerà necessariamente l’applicazione di nuovi fori nella cinghia dei pantaloni. Forse, alla lunga, risulterà magari un’operazione salutare …

RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA

martedì, 8 marzo 2005


“Per avere una società giusta, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere un buon manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente, e così via. Capita molto spesso di leggere dichiarazioni simili di opinion leader, policy maker, e anche politici. Si riferiscono alla cosiddetta dottrina della “responsabilità sociale d’impresa” (Rsi), vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al valore degli azionisti (VA)”.


Avevo scritto di società socialmente responsabili qualche giorno fa e ho letto proprio oggi su www.lavoce.info, l’autorevole testata internet di politica economica, due articoli che ho riportato per intero nella sezione STORIE di questo blog. E’ possibile iscriversi alla newsletter, sempre densa di spunti critici di un ormai raro giornalismo indipendente e di opinione.


 

Responsabilità sociale d’impresa

martedì, 8 marzo 2005

di www.lavoce.info
Due articoli a firma di alcuni autori dell’autorevole www.lavoce.info in tema di Rsi.

RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA, MA NON PER LEGGE
di Pietro Garibaldi e Fausto Panunzi (www.lavoce.info) 8.3.05
Per avere una società giusta, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere un buon manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente, e così via. Capita molto spesso di leggere dichiarazioni simili di opinion leader, policy maker, e anche politici. Si riferiscono alla cosiddetta dottrina della “responsabilità sociale d’impresa” (Rsi), vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al valore degli azionisti (VA).
I compiti di un manager
Nella visione liberale e neoclassica della attività impresa, il comportamento dei manager deve puntare alla massimizzazione del valore degli azionisti, ovviamente nel rispetto delle leggi vigenti. In altre parole, un buon manager deve sempre fare gli interessi dell’azionista, ma al tempo stesso pagare le tasse, redigere bilanci veritieri e trasparenti, offrire solo lavoro regolare, non discriminare certe categorie di lavoratori, eccetera.
Secondo i fautori della Rsi, tutto ciò non basta. Un “buon manager” dovrebbe operare in pieno accordo con il lavoratori, non dovrebbe licenziare in un’area depressa; dovrebbe inoltre svolgere, per conto dell’azienda, attività caritatevoli e culturali, e dovrebbe ovviamente sempre proteggere l’ambiente, anche quando tutto ciò finisce per ridurre i profitti aziendali.  La questione è molto difficile e delicata, in quanto inevitabilmente tocca i confini tra etica ed economia. Certamente non vogliamo entrare nella sfera dell’etica. Non è il nostro mestiere. Possiamo però fare alcune riflessioni “da economisti”.
I pro e i contro della Rsi
Cerchiamo innanzitutto di capire meglio il confine tra responsabilità sociale dell’impresa e valore degli azionisti.
Partiamo da un esempio. Costruire un asilo aziendale, e offrire il servizio relativo, è un’attività di “welfare aziendale” che aumenta certamente i costi nel breve periodo. Ma tale politica può essere coerente con la massimizzazione dei profitti di lungo periodo, in quanto può essere interesse delle imprese offrire maggior tranquillità famigliare ai propri dipendenti. In modo simile, servirsi soltanto di fornitori che rispettano l’ambiente può essere profittevole per l’immagine d’impresa nel lungo periodo. In generale, la massimizzazione intertemporale del valore d’azienda richiede spesso costi e sacrifici nel breve periodo, in cambio di benefici di lungo periodo. Quando Rsi e massimizzazione del valore d’impresa vanno nella stessa direzione, non esiste alcun trade-off e nessuno si può ragionevolmente opporre a imprese che si definiscono socialmente responsabili. Ma in tal caso probabilmente viene meno anche la necessità che lo Stato incoraggi la responsabilità sociale d’impresa. Il problema vero sorge quando la responsabilità sociale e la massimizzazione del valore d’impresa sono obiettivi (almeno parzialmente) in conflitto tra di loro.
La dottrina della Rsi si basa su uno dei principi fondamentali dell’economia. Nella misura in cui l’attività imprenditoriale genera effetti esterni e correlati, non regolati dal prezzo (l’esempio ovvio da libro di testo è l’inquinamento), ogni intervento volto a internalizzare tali esternalità è auspicabile. E in effetti, alcune attività della Rsi sembrano andare in questa direzione. Al di là di questioni etiche, la letteratura economica evidenzia tre difficoltà associate al perseguimento degli interessi degli stakeholder diversi dagli azionisti. (1)
Il primo problema ha a che fare con il finanziamento aziendale. Come si può essere certi che una “società responsabile” sarà in grado di avere le risorse necessarie a operare? Potrebbe benissimo accadere che, una volta che la politica di impresa diventa socialmente responsabile, gli azionisti sottraggano le risorse finanziarie.
Il secondo è il rischio di rendere l’attività imprenditoriale ingestibile. Su molte decisioni, i manager hanno visioni diverse dei lavoratori. Come si possono dirimere queste questioni? E una volta che nel consiglio di amministrazione entreranno i rappresentanti della comunità locale, chi deciderà alla fine se un certo investimento si deve davvero fare?
Il terzo problema è legato alla possibilità di controllare il management. Nel caso del valore degli azionisti, la misura della performance è relativamente semplice. È invece terribilmente difficile giudicare il manager socialmente responsabile: ha di fronte a sé un numero illimitato di missioni e di attività, tutte lecite, e difficilmente misurabili dagli azionisti. Come valutare la sua scelta di finanziare una particolare missione umanitaria? E perché proprio quella?
L’intervento pubblico
La questione più importante rimane però quella dell’intervento pubblico. Il mercato, spontaneamente, genera una serie di iniziative che possono essere assimilabili alla dottrina della Rsi. Siamo certi che tali attività e iniziative non debbano essere ostacolate, indipendentemente da una loro motivazione coerente con la dottrina di VA o di Rsi. Se le aziende aprono asili nido per i dipendenti, avranno i loro buoni motivi, e senza dubbio creeranno un servizio ai loro dipendenti e alla comunità locale. Ma in generale, per invocare l’intervento pubblico a favore della Rsi, dobbiamo prima porci due domande.

1. È vero che le attività imprenditoriali coerenti con la Rsi e generate spontaneamente dalle imprese sono socialmente insufficienti?

2. È vero che i benefici sociali legati all’aumento di attività coerenti con la Rsi superano i costi?

Per auspicare un intervento pubblico volto a sussidiare attività coerenti con la Rsi bisogna rispondere “sì” ad entrambe. Noi non siamo in grado di rispondere, ma siamo curiosi di capire la posizione e le argomentazioni di chi è convinto di poter rispondere si ad entrambe le domande. Se anche fosse possibile concordare che la risposta alla prima domanda è affermativa, la risposta alla seconda domanda dipende necessariamente dal tipo di strumenti usati dallo Stato per incoraggiare la responsabilità sociale dell’impresa. Si è ultimamente parlato in Italia e in Europa di una certificazione pubblica di coerenza con la Rsi, presumiamo accompagnata da benefici di qualche tipo per le imprese certificate. Questo schema di incentivazione della Rsi non ci sembra esente da problemi. In un’economia caratterizzata da sempre maggiore outsorcing, in cui parte dei processi produttivi viene svolta in nazioni in via di sviluppo sprovviste di un affidabile sistema di certificazione sulla Rsi si fronteggiano due tipi di rischi diversi. Il primo è prendere per buone certificazioni “fasulle” (per esempio, che in nessuno stadio della produzione si è usato lavoro minorile). Il secondo è dare la patente di responsabilità sociale solo a imprese che svolgono l’intero processo produttivo in ambito nazionale (o in paesi in grado di avere un sistema di certificazione Rsi affidabile).
Ma una politica di questo tipo sembra più vicina al protezionismo che alla responsabilità sociale d’impresa. Sarebbe un grave errore farsi scudo della Rsi per far passare provvedimenti che con essa nulla hanno a che fare.

(1) Si veda, ad esempio, J. Tirole (2001), Corporate Governance, Econometrica, 69:1, pagg. 1-35.

PER UN’IMPRESA RESPONSABILE
di Riccardo Del Punta (www.lavoce.info) 8.3.05
In Italia si è cominciato a parlare di responsabilità sociale d’impresa (Rsi) da quando nel 2000 il Consiglio europeo di Lisbona l’ha indicata fra gli obiettivi strategici, e nel 2001 è apparso il Libro verde della Commissione europea, che ne conteneva le linee guida. Ma è stato soprattutto l’attuale Governo a battere sul tasto della responsabilità sociale d’impresa, in specie grazie alla presentazione del Progetto Csr-Sc, avvenuta nella Conferenza europea di Venezia del novembre 2003, durante il semestre di presidenza italiano. (1) Nel quadro dell’attuazione di tale progetto sono stati poi stipulati, nel corso del 2003-2004, vari protocolli d’intesa fra il Governo e alcune associazioni di categoria (ad esempio Unioncamere, Confapi, Assolombarda, Associazione nazionale dei consulenti del lavoro), al fine di diffondere tra gli associati la cultura della Rsi.
Che cos’è la Rsi
Se è vero che negli spazi comunicativi delle società contemporanee, le idee contano non tanto in virtù della reale innovatività dei loro contenuti, quanto per la loro carica simbolica e capacità di diffusione, la vicenda della responsabilità sociale d’impresa merita qualche attenzione. Tipico esempio di sapere ibrido e post-moderno, a cavallo fra etica, economia, sociologia, e (buon ultimo) diritto, la Rsi è scaturita da un’esigenza di correzione spontanea dei modelli di azione imprenditoriale imperanti nel capitalismo anglosassone, ma si è rivelata capace di penetrare, sempre più capillarmente, anche nei modelli europeo-continentali, che pure avevano preferito, tradizionalmente, affidarsi ad altri dispositivi di riequilibrio.  La Rsi è definita dal Libro verde come “l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali ed ecologiche nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate“. In estrema sintesi, incarna il tentativo di far comprendere alle imprese che improntare i propri comportamenti, nei confronti di tutti gli stakeholder coinvolti, a canoni di responsabilità sociale, può giovare, oltre che alla società nel suo insieme, alla produttività e competitività delle imprese stesse. La prospettiva di azione della Rsi è, dunque, trasversale, e i lavoratori rappresentano soltanto uno (per quanto importante) dei gruppi di stakeholder rispetto ai quali si può misurare il rispetto degli impegni sociali. Non a caso, ai fini dell’adozione da parte delle imprese del cosiddetto Social Statement, il Progetto Csr-Sc prevede un insieme di indicatori articolati in otto categorie, in base ai diversi gruppi di stakeholder: risorse umane; soci/azionisti e comunità finanziaria; clienti; fornitori; partner finanziari; stati, enti locali e pubblica amministrazione; comunità; ambiente.
Rsi e lavoratori
Per quanto concerne i lavoratori, gli ambiti di intervento consigliati dal Libro verde (e dal Governo) non rappresentano, in sé, una novità e si legano alle tendenze attuali delle politiche del lavoro europee: gestione qualificante e inclusiva delle risorse umane, rivolta alla valorizzazione del capitale umano; tutela ad ampio raggio della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (compreso il mondo degli appalti e dei sub-appalti); sviluppo dell’adattabilità dei dipendenti.  Ciò, quantomeno, per la dimensione domestica della Rsi. Nella prospettiva globale, la tematica assume altre e ancor più importanti connotazioni, ove si pensi che nel vuoto abissale di regole a tale livello, i “codici di condotta” delle imprese multinazionali, supportati dall’azione di organizzazioni come l’International Labour Organization (Ilo), si stanno rivelando come il meno inefficace degli strumenti di promozione dei diritti sociali fondamentali nei paesi in via di sviluppo.
Tornando alla dimensione domestica, l’introiezione di una cultura di responsabilità sociale ha già indotto le imprese a sviluppare prassi socialmente virtuose, al di là degli stretti obblighi normativi, almeno in alcuni campi come, ad esempio, la gestione degli appalti e delle eccedenze di personale. L’azione legislativa potrebbe, in futuro, introdurre ulteriori dispositivi di incentivo all’adozione di pratiche di Rsi, così come molto potrebbe fare la contrattazione collettiva. Merita menzionare, in tale ottica, il protocollo del 16 giugno 2004 sullo sviluppo sostenibile e compatibile del sistema bancario, nel quadro delle trattative sul rinnovo del Ccnl di settore.
La Rsi presa sul serio
L’importanza della Rsi non va enfatizzata. Non è l’uovo di Colombo, capace di spegnere tutti i conflitti e di proiettarci per incanto in un mondo ingentilito dalla pratica generalizzata di giochi cooperativi. Né può aspirare a prendere il posto, almeno nell’immediato, delle tecniche tradizionali di regolazione. Ma nondimeno, sarebbe un grave errore, sottovalutarne il potenziale innovativo, anche se ogni novità è portatrice di preoccupazioni: per i lavoratori, già il fatto di essere potenzialmente assimilati agli altri stakeholder potrebbe suonare preoccupante. Si tratta pur sempre di un segnale positivo lanciato, o se non altro accettato, sia pure fra molte riserve e contraddizioni, da un capitalismo capace di farsi “riflessivo”, e tanto nella versione anglosassone quanto in quella renana. In un momento in cui lo shareholder sembrava non avere più rivali, è comunque importante che si sia tornati a predicare una convivenza pacifica e fruttuosa di tutti gli stakeholder, alla ricerca di un’equità sociale economicamente sostenibile.

(1) Vedi www.welfare.gov.it/csr

IL CORAGGIO DELLE DONNE

lunedì, 7 marzo 2005


Non ho difficoltà ad ammettere che le donne dimostrano spesso più coraggio degli uomini: nel vivere senza paura dei “rischi” un sentimento, ma anche nella stessa passione civile. Ritengo auspicabile pertanto che siano sempre più presenti nella vita politica, specie a livello amministrativo, dove dimostrano maggiore concretezza e minore attaccamento al potere fine a se stesso. Le parole di Manfredi Borsellino mi hanno riportato alla mente un gesto piccolo, ma pieno di significato -e anche di un pizzico di coraggio- di una siciliana da tempo impegnata con coerenza nella politica e nella società: Alessandra Siragusa (http://www.emily.it/siragusabio.asp). Una quindicina di anni fa cenavamo assieme ad un amico non siciliano alle Terrazze del Charleston a Mondello. Ci avevano assegnato un tavolo accanto a quello occupato da Salvo Lima. Alessandra chiese al maitre di cambiare tavolo guardando in faccia il discusso europarlamentare e incurante del messaggio che gli veniva inviato. Un uomo, una donna, valgono per il coraggio e la coerenza con cui vivono le idee e i valori in cui credono: in Sicilia ci sarebbero molti meno “servi” (più dannosi dei mafiosi) se ci fossero più persone, uomini e donne, dotate di un minimo di coraggio e dignità civile.

L’isola Ferdinandea

lunedì, 7 marzo 2005

di Luigi Sedita

Sul quotidiano La Repubblica del 1 ottobre 2000, sotto il titolo «Il Borbone rinuncia all’Isola che non c’è», si leggeva che il principe Carlo di Borbone, ultimo erede della dinastia,  rinunciava ad ogni pretesa sull’isola Ferdinandea donandola ai Siciliani. La donazione si è perfezionata nel novembre scorso a Sciacca,  nel corso di una cerimonia in cui il principe  accompagnato dalla consorte,  ha consegnato al sindaco una lapide da deporre sul fondale dal quale nel 1831 era  emersa l’isola. Sulla lapide è scritto: «Questo lembo di terra, una volta isola Ferdinandea, era e sarà sempre del popolo siciliano».
Il gesto grazioso dell’erede di un regno scomparso che, nei canoni di una civiltà virtuale, dona ai siciliani un’isola scomparsa  fa riaffiorare a distanza di 169 anni, per forza mediatica, il profilo evanescente dell’isola Ferdinandea. Si trattò allora, fra il luglio e il dicembre del 1831, di un grandioso spettacolo inscenato dalla natura con fantasmagorica imponenza di effetti,  nelle acque sconvolte del Mediterraneo a circa trenta miglia da Sciacca ;  un evento definito «fenomeno efimerico»  che appassionò i naturalisti e interessò le diplomazie europee.
La storia di Ferdinandea, raccontata in un dotto volumetto da Salvatore Mazzarella. (Dell’isola Ferdinandea e di altre cose,  Sellerio, 1984), inizia a Sciacca a fine giugno  1831. Si preparano i festeggiamenti di S. Calogero, ma la città è oppressa da un cielo «coperto a strati di nuvole variocolorate, ma il più giallastre e ferruginose». Il 28 giugno una serie di scosse telluriche annunzia, annota un cronista, « il tremendo programma». Le scosse vengono avvertite in mare da due navi inglesi al largo della costa. Il 2 luglio alcuni pescatori  notano «uno straordinario rimescolamento delle acque del mare»,  il 4  altri pescatori sono atterriti dal «bollimento delle acque, che gorgogliavano straordinariamente» e dalla vista di una gran quantità di pesci morti. L’8  il capitano Francesco Trafiletti  al comando di un brigantino siciliano vede  del fumo uscire dal mare  e sollevarsi una colonna d’acqua alta venticinque metri. Tra il 9 e il 10 luglio, il capitano Giovanni Corrao, al comando del brigantino napoletano reale La Teresina, vede galleggiare ancora pesci morti frammisti a pomici nere e, in un sinistro brontolio di tuoni,  sollevarsi colonne d’acqua fumiganti vapore sulfureo. Giovanni Corrao, un cognome da ricordare, sospetta la formazione di un nuovo vulcano e il 13 fa rapporto «alle autorità del porto di Girgenti». Seguono altri avvistamenti da navi che incrociano lo stesso tratto di mare finché il 16 luglio Vincenzo Barresi, agente principale della Regìa doganale avvista «guizzi di fuoco, simili a saette, e corpi infocati». Intanto a Sciacca esalava «un cattivo odore di zolfo e fango che offuscava le menti e le rendeva vacillanti». A Palermo, dove l’11 luglio era giunto in visita il re Ferdinando II in occasione dei festeggiamenti di Santa Rosalia, si ordina alla real corvetta bombardiera Etna al comando del capitano di fregata  don Raffaele Cacace di salpare «per spiare meglio il fenomeno e tutte le circostanze». Anche a Malta, dove erano pervenuti i rapporti delle navi inglesi, si dispone l’invio del cutter Hind. Nel tratto di mare interessato dal fenomeno convergono molte imbarcazioni e da un veliero ligure, si favoleggia che si fosse staccata una barca con un temerario osservatore, un giovane marinaio «coi capelli d’un biondo d’oro caldo, alquanto ondulati, ricciuti, con una barba più bionda ancora e fresca», fattezze che l’iconografia risorgimentale consacrerà poi con il nome di Giuseppe Garibaldi. Il 17 luglio finalmente da un brigantino inglese si scorge la sagoma indiscussa di un piccolo vulcano che erutta «di continuo per diverse bocche gran quantità di fiamme, di cenere, di pietre, e di bitume». In quel giorno di luglio è databile ufficialmente la nascita dell’isola Ferdinandea. Inizia  da questo momento a manifestarsi l’interesse a scopi scientifici e strategici dei governi europei; in prima linea, dalla vicina base di Malta, l’Inghilterra che invia varie spedizioni per i rilevamenti cartografici. Il governo borbonico, a cui il comandante dell’Etna ha intanto inviato un rapporto, affida l’incarico di studiare il fenomeno all’abate enciclopedico Domenico Scinà, ma essendo questi impedito ad assolvere l’incarico per una sopraggiunta infermità, i primi  studi  vengono effettuati da uno scienziato tedesco, Federico Hoffmann, professore di geologia a Berlino.  Federico Hoffmann in quei giorni casualmente in Sicilia,  la notte del 23 luglio con tre assistenti si imbarca a Sciacca sullo «schifazzo» Gesù Maria Giuseppe e raggiunge l’isola i cui rilievi appaiono come «l’orlo irregolare di una immensa e quasi circolare voragine» digradanti ad occidente fino a lambire le acque del mare, l’intera massa vulcanica risulta  formata  solo da scorie, lapilli  e ceneri. Il 10 agosto un’altra spedizione scientifica siciliana guidata dal prof. Carlo Gemmellaro dell’Università di Catania dirige verso l’isola. A Gemmellaro si deve il merito di aver diagnosticato la fine precoce dell’isola per la sua incoerente composizione e di averla denominata Isola di Ferdinando II; sarà chiamata Ferdinandea nell’atto regio del 17 agosto. Nomi  l’isola ne ricevette tanti,  ma di minore fortuna: Proserpina, Corrao, Graham dal nome di un banco sottomarino su cui poggiava, Giulia attribuitole dai francesi perché emersa in luglio e Nerita dal nome di una secca  vicina. In agosto, cessata o ridotta l’attività vulcanica, venne tentato l’approdo e l’esplorazione. È difficile stabilire chi sia arrivato per primo. Probabilmente il 20 una missione inglese riuscì a sbarcare e a piantare una bandiera, il 24 approdarono due sconosciuti saccensi Calogero Amato e Ferdinando Imborbone  seguiti il 25 da altri compaesani. In settembre la sorte dell’isola è  però segnata. Il prof. Hoffmann, tornato a visitarla il 25 settembre, vede «staccarsi dalle parti più elevate della collina grandi massi di arena e di scorie» che precipitano nelle acque marine o si disperdono al vento. Tuttavia si effettuano altri sbarchi. Il 28 una missione francese  guidata da Constant Prévost, professore di geologia a Parigi, compie prelievi e misurazioni; la circonferenza dell’isola si è ridotta a settecento metri, l’altezza massima è di settanta. Anche i francesi issano la loro bandiera e lasciano un cartello con il nome di «Isola Giulia». Ma il 20 settembre un visitatore illustre era sbarcato sull’isola:  sir Walter Scott. Lo scrittore scozzese ormai sessantenne, che era diretto a Napoli  per cercarvi ristoro alla salute malferma (morirà l’anno seguente), compie l’escursione sulle spalle di un volenteroso marinaio. L’impressione che ne riporta è di soffocante desolazione, un’epifania di morte gli si propone in «un piccolo pettirosso che era venuto dalle coste vicine per morire di fame e di sete». L’8 dicembre, nel tratto di mare dove si era materializzata l’isola Ferdinandea, il capitano di un brigantino  non riconosce «esservi vestigio alcuno dell’isola vulcanica».
Della labile vicenda dell’isola Ferdinandea avrà sentito raccontare certamente da bambino Luigi Pirandello: quel «fenomeno efimerico» era la stessa  metafora della vita come  «apparenza».  E dunque se ne ricordò  nel 1928 nel «mito» La nuova colonia dove un gruppo di contrabbandieri cerca la disperata, impossibile redenzione sociale in un’«isola nuova» condannata a sprofondare nel mare. Il capo di quei disperati Pirandello lo chiama Currao, come il capitano del brigantino napoletano reale La Teresina che per primo nel 1831 aveva segnalato il fenomeno vulcanico avvistato al largo di Sciacca alle autorità del porto di Girgenti. – Luigi Sedita (studioso di Luigi Pirandello)