Archivio di ottobre 2005

SE IO FOSSI CAPO DI CASA

lunedì, 31 ottobre 2005

Se fossi di casa tra i DS, anzi se ne fossi il "boss" locale, anzi se fossi Angelo Capodicasa, al punto in cui si è arrivati, tra la straordinaria partecipazione della base elettorale alle primarie nazionali dell’Unione del 16 ottobre, la "discesa in campo" di Rita Borsellino e l’ennesima fuga in avanti della Margherita locale che ha candidato -infine- Ferdinando Latteri, penserei bene di schierarmi a favore della Borsellino per questi motivi:

  1. se associazioni e movimenti della cosiddetta società civile vedessero veramente più in là dei partiti, una eventuale affermazione della Borsellino sarebbe condivisa dai DS che si dimostrerebbero un partito capace di comprendere meglio della dirigenza locale della Margherita la base elettorale del centro-sinistra;
  2. se la Borsellino dovesse invece perdere nel confronto con Cuffaro, sarebbe più una perdita delle associazioni e dei movimenti che dovrebbero perciò rassegnarsi a rientrare nei ranghi mentre i partiti potrebbero legittimamente riaffermare la loro esclusività nell’individuazione dei candidati;
  3. se dovesse perdere la Borsellino contro Cuffaro, pur con il sostegno dei DS, una eventuale candidatura della Finocchiaro o di altro candidato targato DS, non potrebbe certo sperare in esito migliore;
  4. se dovesse vincere la Borsellino contro Cuffaro, ma senza l’appoggio di Capodicasa e di Cardinale, costoro dovrebbero entrambi cambiare mestiere.

Per questi motivi, per i DS, la scelta di appoggiare la candidatura di Rita Borsellino dovrebbe essere oggi la più saggia. Personalmente, spero soprattutto che siano primarie vere, con tutti i candidati che desiderino cimentarsi: ben venga anche un confronto Latteri, Borsellino, Finocchiaro!

SOFT ECONOMY

venerdì, 28 ottobre 2005

Beh, io l’ho chiamata "economia leggera" mentre Antonio Cianciullo ed Ermete Realacci hanno intitolato "Soft economy" il loro ultimo libro, ma la sostanza è la stessa: condividiamo assolutamente le stesse idee. Cito il libro: "contro il declino economico, contro il degrado ambientale, contro l’impoverimento sociale, contro il pessimismo, reagire si può. C’è un’Italia che ce la fa, che punta sull’eccellenza mettendo insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, l’innovazione e il patrimonio storico, i centri di ricerca e i prodotti tipici". Seguono 25 storie di successo, tutte da leggere. Il libro cita persino un articolo di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti che avevo già riportato nella sezione "articoli" del blog. E’ una visione di sviluppo possibile per la Sicilia, incompatibile con quella di Totò Cuffaro & C. La Fondazione Symbola promuove questo genere di sviluppo incentrato sulla qualità e l’eccellenza: lo stesso PIL dovrebbe, in quest’ottica, tradursi in PIQ – Prodotto Interno Qualità. E’ uno dei più importanti progetti di Symbola: uno strumento di lettura a scala nazionale del “peso” della qualità nell’economia del paese. Già Robert Kennedy rilevava lucidamente come il Pil possa misurare moltissime cose tranne ciò che da’ valore alla vita. Oggi sono tante le voci autorevoli che ne sostengono l’obsolescenza: non esiste tuttavia un sostituto adeguato nel calcolo della ricchezza nazionale. L’ambizione del PIQ è di elaborare una “contabilità della qualità” che abbia l’immediatezza comunicativa del PIL, e analoga capacità di impatto sulla politica e sui media  http://www.symbola.net/intro.htm .

UNA PROPOSTA PER LE PRIMARIE

giovedì, 27 ottobre 2005

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Molti sono i sentimenti che si agitano in questo “dopo primarie”: una vera e propria febbre da primarie ha preso il popolo dell’Ulivo e dintorni dopo la straordinaria domenica di ottobre passata in fila nei seggi improvvisati, a fotocopiare moduli, servire il caffè, aspettare i risultati e poi gioire insieme…Una febbre che contagia anche le forze politiche, forse non tutte con identiche motivazioni. Ma poiché l’istituto delle primarie ancora non conosce regole fisse e questa alle nostre spalle è certamente un’occasione da non perdere conviene approfondire il dibattito su come procedere. Tanto più che ci aspettano alcune scadenze immediate, come la non secondaria scelta del candidato sindaco di Milano.

Credo che la discussione finora svoltasi permette di riassumere alcuni punti che potrebbero essere quelli da cui procedere nel futuro. Si tratta infatti di conciliare esigenze di fattibilità e trasparenza: servono candidati il più possibile unitari e con forti possibilità di vittoria ma che non siano esclusivamente frutto di una scelta compiuta al chiuso da tre o quattro protagonisti politici.

I cittadini hanno apprezzato lo strumento delle primarie come strumento di partecipazione e decisione. Nel voto per Prodi, come si è visto, c’erano insieme il voto contro Berlusconi e il suo governo e il messaggio agli alleati a stare uniti per vincere. Questo elettorato è pronto a sottoporsi a nuove consultazioni purché esse siano ben preparate, trasparenti e non portino a divisioni e contrasti difficili da sanare e forieri di controproducente dispersione di voti: consultazioni per i candidati sindaci, presidenti di Regione e parlamentari.

I partiti sanno che il precedente pesa: mostrano infatti un certo imbarazzo ad esempio all’eventualità di decidere il famoso “listone” bloccato (sempre che la legge elettorale sia approvata) in una dorata solitudine. Vogliono poter decidere ma sentono la necessità di una conferma ampia e in un certo senso solenne.

Sui giornali si discutono il caso Milano e il caso Sicilia. A noi sembra necessario che quelli che possono essere ottimi (o buoni) candidati unitari non siano mandati allo sbaraglio, senza una “indicazione” che già li identifichi come “unitari” e in qualche modo funga da protezione da cordate di partito o comunque da interessi particolari non trasparenti, o da candidati alternativi forti di un particolare potere personale che non sia il prestigio acquisito con la propria vita.

Ecco dunque una nostra proposta, che ovviamente necessita di ulteriori messe a punto. Essa è fatta soltanto di alcuni criteri generali.

1) I leader politici del centro sinistra scelgano i candidati che a loro avviso hanno possibilità di successo e poi capacità di governo della cosa pubblica. Capacità di convincere l’elettore, onestà e competenza sono punti fermo nella scelta. Essi sottopongano subito dopo o contemporaneamente l’indicazione emersa a una rappresentanza di forze sociali e intellettuali che localmente siano indicative della società in  cui operano. L’indicazione del candidato unitario rimane così affidata alle forze politiche ma non esclusivamente: da subito essa subisce un primo “esame”, una condivisione con personaggi garanti di cui sarà reso pubblico il nome.

2) Una volta compiuto questo tragitto, che si completa ovviamente con l’accettazione da parte del candidato, si passa alle primarie. Esse servono soprattutto a questo punto a giudicare il grado di apprezzamento per l’indicazione compiuta, a rafforzare il candidato unitario, a giudicare anche la rappresentatività di altri eventuali partecipanti. Ha detto recentemente Rita Borsellino a cui è stato chiesto di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia: “Accetterei di correre alle primarie solo se fossero confermative”. Una richiesta assolutamente ragionevole, a mio avviso e che presuppone quella verifica iniziale affidata a partiti ma non solo.

3) Una possibilità aggiuntiva è quella proposta nel dibattito di Libertà e Giustizia a Roma da Paola Gaiotti: il listone o la candidatura siano “firmati” o controfirmati da garanti non candidati.

Attorno a queste idee che cercano soprattutto di raccogliere le speranze e le indicazioni emerse dal grande successo delle primarie per Prodi si può lavorare, approfondire, migliorare. Vogliono essere soltanto un contributo a non perdere l’occasione che è emersa prepotentemente sulla scena della politica italiana e che cerca di esaltare il ruolo istituzionale dei partiti assieme a quello moderno e insostituibile del cittadino che vuole partecipare e la cui disponibilità è un patrimonio senza fine.  

http://libertaegiustizia.it/new/index.php

PRIMARIE VERE!

martedì, 25 ottobre 2005

Dal cilindro dei candidati alle primarie regionali dell’Unione è spuntato ieri il nome di Rita Borsellino, presidente onorario dell’associazione Libera e sorella del giudice Paolo Borsellino. Il nome di una donna, un elemento quindi di rottura rispetto alla incontrastata tradizione di candidature maschili, nonchè un simbolo della lotta per la legalità. Bene. Candidarsi però alla presidenza della Regione Sicilia significa anche candidarsi a fare scelte che riguardano un bilancio da impresa multinazionale. Se la Sicilia fosse la società per azioni di tutti i siciliani, la scelta dell’amministratore delegato non potrebbe che essere fatta avvalendosi delle indicazioni di prestigiose società di cacciatori di teste, tanto rilevanti sono le attitudini e le competenze richieste da un tale compito. Il fatto che nella terra dei gattopardi, dove tutto può cambiare -in apparenza- purchè nulla cambi nella realtà, l’atteggiamento tenuto sinora dai partiti dell’Unione non può che essere visto con un po’ di sospetto: una candidatura altamente simbolica potrebbe rischiare di rimanere, di fatto, in mano ai maneggioni dei partiti? Lasciamo che tutte le candidature si possano liberamente proporre: facciamo delle primarie vere! Ci vogliono 2.000 firme per avanzare una candidatura, le primarie si svolgeranno il 20 novembre, ma non sono ancora chiare ad oggi le modalità con cui tali firme dovranno essere raccolte. I partiti tendono a regolamentare questi aspetti con sospetta pigrizia: perchè? Hanno paura di qualcosa o di qualcuno? I 200.000 siciliani che domenica 16 hanno votato alle primarie nazionali dell’Unione sono stati molti di più degli iscritti siciliani ai partiti dell’Unione stessa: i coordinatori di questi partiti sono sicuri di rappresentare la volontà dell’intera base elettorale? Va bene il nome della Borsellino, ma se tra i candidati non figureranno nomi come Claudio Fava, Ferdinando Latteri, Anna Finocchiaro, Tano Grasso, ecc. non saremo in presenza di vere primarie, verranno frustrate ancora una volta le aspettative della base elettorale che, si badi bene, ha voglia di vincere, non solo di partecipare! Il consenso plebiscitario ricevuto da Prodi, docet! 

ARRIVANO I PICCIOLI

domenica, 23 ottobre 2005

Gestire soldi prodotti altrove, da altri, sembra essere la caratteristica saliente della politica siciliana dall’autonomia ad oggi. Mai una visione chiara, moderna e coraggiosa di uno sviluppo possibile che crei ricchezza vera, come avvenuto in Irlanda vent’anni fa, un’isola con la stessa popolazione e una stessa storia secolare di povertà ed emigrazione. E’ più facile scambiare voti contro soldi da gestire che a loro volta perpetueranno il proprio potere clientelare contro sottosviluppo per tutti: come leggere diversamente la paura dei nostri politici di uscire dal novero delle aree meno sviluppate dell’Europa allargata ad est? In Sicilia si preferisce pianificare il sottosviluppo, più che lo sviluppo vero. Lo sviluppo vero è infatti ingestibile dalla politica e dai politici di visione arcaica. Con le minacce di dimissioni anticipate, il presidente Cuffaro ha ottenuto la promessa di un mare di soldi su cui era in corso un vecchio contenzioso (es. imposte sui redditi prodotti nell’isola da società non residenti), anche se non è ancora chiaro se gli oneri accessori (passaggio dallo Stato alla Regione dei costi pertinenti a tali introiti) renderanno veramente vantaggioso l’affare. Cuffaro, però, può oggi sicuramente spendere politicamente questo "successo", come sempre avviene in Sicilia. Quella parassitaria è una mentalità radicata, persino negli ambienti più insospettabili. Ricordo che parecchi anni fa, nel corso di una conviviale di un Club service di Palermo, venne annunciato, tra gli applausi dei presenti, tutti affermati professionisti e imprenditori, che un Club degli Stati Uniti aveva deciso di inviare un modesto donativo. Era tanto paradossale la reazione di soddisfazione dei presenti che un professionista, di cui ho sempre apprezzato la libertà intellettuale, volle proporre di  inviare una somma di analogo ammontare agli americani. La proposta non fu compresa: è questo il distacco tra chi ha una mentalità moderna, consapevole della propria dignità, e chi ha invece una mentalità arcaica, parassitaria, interessata solo ad accaparrarsi risorse prodotte appunto altrove, da altri. 

ALTRASICILIA

venerdì, 21 ottobre 2005

Questo pomeriggio, alla Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, avrà inizio una "due giorni" di lavori per l’elaborazione di un programma politico per le prossime regionali su iniziativa di alcuni movimenti ed associazioni della cosiddetta società civile. Mi piacerebbe intervenire su un tema concreto, la lotta tra economia legale ed illegale (V. "La Nuova manomorta" nella sezione "Articoli"), mentre la mia visione di sviluppo possibile per la Sicilia, visto che qui non ho problemi di spazio, è quella che segue.

La mia visione di un possibile sviluppo socio-economico della Sicilia nei prossimi 10 anni è quella di un’isola internazionalmente riconosciuta per la qualità della vita: qualità dell’aria, dell’acqua (dolce e salata), del paesaggio (specie costiero), dell’urbanistica, della gestione del suo patrimonio culturale, dell’energia prodotta da fonti pulite e rinnovabili, per non parlare poi della qualità dei “cervelli” che potrebbero tornare o stabilirsi da ogni parte del mondo per dedicarsi alla ricerca, alla produzione di conoscenza e alle diverse attività direzionali e di servizi che qui si potrebbero insediate nell’ambito dei rapporti tra l’Europa e l’Africa o il mondo arabo. Una sorta di California d’Europa. Quali possono essere allora gli assi portanti di un possibile sviluppo economico della Sicilia del terzo millennio, capace magari di far tornare i "cervelli" e far emigrare i tanti "parassiti" che oggi ne bloccano lo sviluppo in senso moderno?

1. pianificazione e riconversione del territorio (città e coste) con rivisitazione del tema delle seconde case e del loro impatto sul valore pubblico ed economico del paesaggio;
2. energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico, il solare termodinamico (il progetto ENEL-ENEA Archimede di Priolo è una velleità o una scommessa economicamente percorribile?);
3. grande distribuzione e commercio al dettaglio: riconsiderare in chiave moderna il loro rapporto legando il commercio al dettaglio più alle produzioni locali e al circuito del fresco;
4. agricoltura di qualità: riaffermare l’identità dei sapori contro l’omologazione dei sapori globalizzati, anche a vantaggio -turistico- dell’identità del territorio;
5. turismo di qualità contro il perdente (per noi) turismo di massa o low cost, investendo di più su servizi e professionalità degli operatori;
6. valorizzazione in chiave economica, ma non banalmente commerciale, dei beni culturali e archeologici;
7. innovazione e ricerca, ripetendo l’esperienza dell’Etna valley con altre multinazionali specie del settore high-tech;
8. favorire la costituzione di imprese giovanili, specie quelle in joint venture con affermati imprenditori nazionali ed esteri (così come fanno i Paesi emergenti per attirare investimenti e know-how).

LA DEBOLEZZA DI UNA DEMOCRAZIA

giovedì, 20 ottobre 2005

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A Locri, domenica scorsa, la mafia calabrese ha partecipato a modo suo al voto delle primarie dell’Unione uccidendo il vice presidente del Consiglio Regionale, Francesco Fortugno. La reazione civile di tanti ragazzi calabresi rende meno vano il sacrificio di questo politico mentre monsignor Vittorio Mondello, arcivescovo di Reggio Calabria, non ha usato giri di parole: "Tutti sanno chi sono i mafiosi, ma gli interventi non ci sono. E questa è una debolezza della democrazia". Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha preferito invece, anche questa volta, essere assente: è questa la debolezza di una democrazia!

I SIGNORI DELLE TESSERE

martedì, 18 ottobre 2005

Gli elettori delle primarie dell’Unione sono stati parecchie volte il totale degli iscritti agli stessi partiti dell’Unione, anche in Sicilia. I signori delle tessere, Cardinale e Capodicasa in particolare, non solo non hanno voluto ascoltare Romano Prodi e il proprio elettorato sull’opportunità di far svolgere contestualmente primarie nazionali e regionali il 16 ottobre e non nella differita per le regionali del 6 novembre, ma ancora oggi, 18 ottobre, non sono stati in grado di designare un candidato di loro gradimento anche se gli elettori, disperatamente, anche con lettere ai giornali, hanno dimostrato di avere idee molto più chiare in merito nonostante la notevole fantasia da loro dimostrata (vedi candidatura di Pippo Baudo). Se l’Unione in Sicilia dovesse perdere contro Cuffaro, è lecito chiedere ai signori delle tessere di sparire dalla circolazione e tornare a fare il mestiere che facevano prima di dedicarsi alla politica?

L’UOMO CHE AVEVA VINTO LA LOTTERIA E PERSO IL BIGLIETTO

venerdì, 14 ottobre 2005

Ci sono gli ultimi 14 anni della nostra storia in questa lettera …

Caro concittadino,
sono quello che ha perso il biglietto della lotteria. Sì, sono Mario Segni, l’uomo che aveva l’Italia in mano, come mi hai detto a volte. Ho cercato più volte di spiegarti che ciò che avevo perso erano le elezioni, non la lotteria, perché nel 94 ero candidato contro Berlusconi e lui prese molti più voti di me. Ho cercato di ricordarti che l’Italia che avevo in mano non l’avevo mai vista, dato che ero senza soldi, senza organizzazioni, senza televisioni, senza strutture e senza partiti. Ma non ti ho convinto. Sono rimasto quello che ha perso la lotteria.
Pazienza, un po’ mi dispiace. Ma non più di tanto, in fondo, perchè so bene che la vera lotteria erano i referendum, che con quelli abbiamo cambiato il sistema politico, cosa che nel secolo scorso è successa solo a De Gaulle, in Francia nel 58. Il fatto che, senza alcuna carica, sia stato il promotore di tutto questo mi dà un pizzico d’orgoglio: sono un po’ snob, sai.
Ma adesso il biglietto della lotteria lo stanno rubando davvero. Ma attento, non a me, a te. Con il primo referendum avevi mandato a casa Craxi e un bel po’ di politici che non potevi più sopportare. Con il secondo referendum, quello sul maggioritario, ti eri conquistato il diritto di sceglierti direttamente sindaco, presidente della provincia e della regione. Con il governo il diritto te lo sei conquistato a metà. Nel 94 avevi scelto Berlusconi e Bossi l’ha mandato via. Nel 96 hai scelto Prodi e i suoi amici l’hanno sbattuto via. Nel 2001 ci sei finalmente riuscito: hai scelto Berlusconi ed è rimasto in carica sino alla fine.
In fondo è questo il nocciolo della democrazia. Ma te lo stanno sfilando di mano. Oggi ti assicurano che tutto rimarrà come prima, che il governo continuerai a sceglierlo tu.Tutte balle, amico. Mastella ti chiederà il voto non per sostenere Prodi, ma per farlo fuori al più presto. Bertinotti condizionerà il suo appoggio a chissà quale diavoleria. L’UDC chiederà di essere votata proprio perché non vuole Berlusconi. Il giorno dopo le elezioni la vera conta non sarà tra chi ha votato Berlusconi e chi ha votato Prodi, ma tra quelli che hanno votato il vincitore per farlo durare e chi l’ha votato per farlo fuori alla prima imboscata.
Andreotti dirà che non è un gran male, che siamo vissuti quarant’anni fra governi balneari, convergenze parallele, pani per due forni. Ma a un certo punto avevi deciso di cambiare, di diventare un po’ americani, inglesi, francesi, di poter scegliere un governo e dopo cinque anni togliersi il gusto di mandarlo a casa. Di avere un governo forte, che potesse fare anche una politica per il domani, per i giovani, con quelle misure dure necessarie, ma impopolari che solo un governo stabile può prendere.
Questo diritto te lo eri conquistato tu, con i referendum del 91 e del 93. Te lo stanno scippando. Perciò adesso è a te che stanno rubando il biglietto della lotteria.
Che cosa puoi fare? Non molto, purtroppo. Ma una cosa gli italiani la potrebbero fare tutti assieme: arrabbiarsi, indignarsi. Anzi no, scusami, ho usato un termine che non va bene, indignarsi, i giornali dicono che indignarsi è un male, fa danno. E allora usiamo la parola giusta: incazzarsi. Con un’Italia incazzata, veramente incazzata il Parlamento non passerebbe gli ultimi mesi a disfare un referendum invece che migliorare le condizioni di chi non arriva alla fine del mese. Forse sono ottimista. Certo è che un’Italia scippata mi rattrista. Un’Italia indifferente mi angoscia.
Mario Segni

IL PUNTO SUL PONTE

mercoledì, 12 ottobre 2005

*Salvatore Modica ha ottenuto un PhD in economics presso l’università di Cambridge, UK. Attualmente è professore di prima fascia di Economia Politica presso l’università di Palermo. I suoi interessi di ricerca vertono su Teoria delle Decisioni, Equilibrio ed efficienza nei mercati finanziari. L’intervento è apparso su www.lavoce.info .

Il 12 ottobre la Stretto di Messina spa nomina, scegliendolo fra i due concorrenti rimasti in lizza nella gara d’appalto, il general contractor che si impegna a realizzare il ponte sullo Stretto.
Fra il dire e il fare c’è come sempre di mezzo il mare, ma qui oltre il mare ci sono di mezzo anche altri problemi.
Se tutto va bene problemi di governance; se qualcosa va storto il problema del completamento dell’opera, in pratica il problema di rimanere con Messina devastata, due piloni di quattrocento metri e niente ponte. Tra i due estremi, un ulteriore pesante carico per la finanza pubblica, senza che se ne sia discusso apertamente.
Alla luce della recente esperienza del Tunnel della Manica questi dovrebbero essere problemi ben noti: quello della governance è indicato in un recente editoriale sul Financial Times come il problema centrale del Tunnel. Quello del completamento è stato superato soltanto grazie alla determinazione di Margaret Thatcher. (1) Ma chissà, forse perché è sott’acqua e non si vede.

Costi e finanziamenti

Torniamo al nostro ponte. Il suo costo previsto è di 6 miliardi, di cui 2,5 (circa 40 per cento) già sottoscritti da società pubbliche azioniste della Stretto di Messina e 3,5 ancora da reperire sul mercato. Su questo l’amministratore delegato della Stretto di Messina spa, Pietro Ciucci, dichiara: "Per quanto riguarda l’aumento di capitale, sottoscritto dagli azionisti Fintecna, Anas, Rete Ferroviaria Italiana (di cui una prima tranche è già in esecuzione), coprirà le spese fino ai primi anni di cantiere. La società si rivolgerà solo a partire dal 2008 ai mercati". (2)
Dunque, la società intende portare avanti i lavori con i 2,5 miliardi di cui dispone, per poi ricorrere al mercato per il reperimento degli altri 3,5 miliardi occorrenti a completare l’opera quando ciò si renderà necessario.
I dettagli sulle modalità di raccolta di questo ulteriore 60 per cento, e in particolare sulla possibilità di interventi a carico di risorse pubbliche che si potrebbero prospettare in conseguenza di eventi imprevisti, sono contenuti in una convenzione del dicembre 2003 che non è attualmente di dominio pubblico perché ritenuta "documentazione sensibile". (3)
La società scrive che quel restante 60 per cento è da reperire sui mercati internazionali senza garanzie da parte dello Stato. (4) Nel sito www.messinasenzaponte.it si asserisce invece che nella convenzione il ministero garantisce "il 100 per cento dei costi imprevisti e la totalità dei rischi di gestione senza alcun tetto di spesa".

Un percorso che porta solo guai

Sicché manca un pezzo di informazione importante; ma qualunque sia il suo contenuto, il corso di azioni che si sta seguendo è subottimale, se va bene. Se va male, molto peggio.
Gli scenari possibili sono tre: nel primo il mercato risponde bene e sottoscrive il capitale necessario; nel secondo non lo fa, ma subentra lo Stato attingendo a risorse pubbliche; nel terzo i fondi non si trovano e l’opera resta incompiuta. Se si verifica lo scenario più ottimistico, la società si trova comunque a operare dal 2004 al 2008 in assenza di azionariato di controllo (perché i 2,5 miliardi degli azionisti presenti costituiscono il 40 per cento del capitale, o ancora meno se i costi superano i 6 miliardi). Sarebbe allora meglio interpellare subito i mercati evitando questo problema di "blurred accountability". Nel caso in cui il mercato non risponde, ma al suo posto risponde lo Stato (l’unico che razionalizza l’operato della società se anticipato con certezza), il piano d’azione è insoddisfacente dal punto di vista delle procedure decisionali democratiche: staremmo impegnando risorse pubbliche future, ma senza discuterne, perché formalmente stiamo approvando un progetto privato. In questo caso, sarebbe opportuno discutere delle possibili destinazioni alternative di tali risorse e organizzare, se si decidesse di procedere alla realizzazione del ponte, una struttura di management pubblico. Se infine il mercato non dovesse rispondere e il Governo di turno avesse altro a cui pensare, la situazione sarebbe ovviamente disastrosa. Si noti che questa non è un’ipotesi del tutto irrealistica: per completare il Tunnel c’è voluta la volontà di ferro della Thatcher; per il ponte tutto questo accanimento non lo si vede affatto, né a destra né a sinistra.
(5)
Questo "Poi vedremo, intanto cominciamo", dunque, può solo generare guai, l’unica incertezza è sulla loro entità. Il punto è che sono "guai accattati", come si dice in siciliano: guai comprati, che si potrebbero ben evitare. Toccherebbe allo Stato – cioè al Parlamento, non al Governo che non dispone ovviamente dei fondi che si renderebbero necessari nelle legislature a venire – far chiarezza: se si vuol costruire il ponte con finanziamenti statali, si discuta di questa scelta; se si decide che o lo fa il mercato o niente, si renda nota l’indisponibilità dell’operatore pubblico e si proceda subito ad appurare se il mercato ci sta o no. Perché restando voltati dall’altra parte si rischia di cacciarsi in un brutto pasticcio.

(1) L’editoriale è di John Kay, 13 settembre (leggibile anche su www.johnkay.com). Per la cronaca, nel caso del Tunnel non andò affatto tutto bene: i costi di realizzazione furono quasi doppi del previsto, e i flussi di traffico, a dispetto delle stime iniziali, non consentirono successivamente di coprire neanche le spese di gestione. Ulteriori approfondimenti sul caso sono contenuti nello "in depth" dedicato del FT.

(2) In P. Busetta, Un collegamento per lo sviluppo, Liguori 2005, p. 144.

(3) Questa convenzione, firmata dalla Stretto di Messina e dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti il 30 dicembre 2003, regola svariati aspetti della realizzazione e gestione del ponte, come prescritto dal Dl n. 114 del 24 aprile 2003. Io ho chiesto, per telefono, una copia sia alla società che al ministero: la prima mi ha risposto che avrei dovuto avere una motivazione giuridicamente rilevante, il secondo che si trattava di documentazione sensibile.

(4) Di questo "prende atto" il Cipe nell’agosto 2003, nell’approvare il programma preliminare della società (delibera n. 66). La società parla di project finance nel suo sito, www.strettodimessina.it.

(5) Per inciso, ho cercato documenti sul perché la sinistra ha cambiato idea sul ponte, ma non ne ho trovati. Ho chiesto per email al responsabile Mezzogiorno dei Ds se ce ne fossero, ma non ho ricevuto risposta.