Archivio di dicembre 2005

IL FLUT E’ MEZZO PIENO

giovedì, 29 dicembre 2005


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Penso di brindare al nuovo anno con un bicchiere che mi sembrerà mezzo pieno. E’ un ottimismo ragionato: è meglio avere un’opportunità che non averla, direbbe Catalano. E l’opportunità è quella di cambiare in meglio un’intera classe politica a livello nazionale, regionale e comunale, dalla cui qualità dipenderà quella della nostra vita. Avevo cominciato a scrivere questo blog proprio partendo da questo interrogativo: perchè in un posto dove si potrebbe vivere bene ci si rassegna a vivere molto al di sotto delle potenzialità? E poichè sono convinto che chi ha la capacità di comprendere determinati meccanismi che regolano la vita sociale ed economica -e abbia un realistico desiderio di migliorarla- abbia anche la responsabilità di agire in qualche modo, in qualunque modo, ho cominciato ad abbaiare nella blogosfera in cerca di altri cani sciolti. Manifestare liberamente le proprie opinioni, con il proprio nome e cognome e in modo pubblico, è un grande lusso e non è per tutti. Vi è un declino morale, sociale, politico ed economico che impone a persone libere di testa e non iscritte in alcun libro paga di agire. Non è questione di appartenenza a schieramenti di destra o di sinistra, ma di condivisione o meno di una visione di modernità. Vedo un 2006 rosa e non solo per qualche donna che, pur con qualche rischio che non sottovaluto (nel suo schieramento politico non ci saranno altrettanti farabutti, ma non mancano certo i cretini), ha deciso di scendere in campo. Auguri!

DEMOCRAZIA FINANZIARIA

mercoledì, 28 dicembre 2005


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E’ vero, in democrazia contano i numeri del consenso, ma è importante anche come si raccoglie il consenso: secondo lo spirito originario (confronto tra uomini liberi) o secondo il solo marketing politico o, peggio, l’acquisto del voto (costruzione del consenso). Le regole che governano le società quotate e la società civile si ispirano agli stessi principi democratici. La maggiore (interessata) attenzione che riserviamo a chi governa le società in cui abbiamo investito i nostri risparmi, dovrebbe ricordarci che non è meno importante vigilare su chi governa la grande società di cui tutti noi facciamo parte. I recenti scandali finanziari e la manipolazione dell’informazione dovrebbero stimolare una maggiore consapevolezza critica. Per questo non posso non essere d’accordo con quanto ha scritto Beppe Grillo sul suo blog: la democrazia finanziaria può rappresentare  una palestra della più impegnativa democrazia politica (www.beppegrillo.it).

Anticipiamo il Banco di Bilbao: compriamo le azioni della BNL e poi le rivendiamo, speculandoci sopra.
Perché lasciare ai soli capi azienda la possibilità di fare insider trading? Facciamolo anche noi.
Chiediamo in prestito i soldi alle banche agli stessi tassi di interesse concessi a politici e finanzieri dalla Banca Popolare Italiana.
Operazioni legittimate dalla Banca d’Italia e quindi applicabili a tutti i correntisti.

Comprando le azioni delle aziende, anche una sola, possiamo partecipare alle assemblee degli azionisti, fare delle domande, registrare le risposte e diffonderle su Internet.

E allora, perché non toglierci questa soddisfazione, iniziando da Telecom Italia, e trattare da dipendenti nella prossima assemblea questi capitalisti senza capitali.
Che usano le aziende dalle quali sono pagati come se fossero loro.

Non sono loro!

La Parmalat non era di Tanzi.
La BPI non era di Fiorani.
La Telecom Italia non è del tronchetto.
La Unipol non è di Consorte.
Capitalia non è di Geronzi.

Le aziende appartengono agli azionisti, hanno l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi, di accrescere il loro valore sul mercato.

I dirigenti devono fare questo e nient’altro.

La loro immagine personale non ci interessa.
Lavorino di più e rilascino meno interviste.
Ci interessano i risultati, se non ci sono se ne devono andare a casa.

Alle prossime assemblee degli azionisti facciamo sentire la nostra voce, a partire da quella di Telecom.

 

DEMOCRAZIA FINANZIARIA

mercoledì, 28 dicembre 2005

E’ vero, in democrazia contano i numeri del consenso, ma è importante anche come si raccoglie il consenso: secondo lo spirito originario (confronto tra uomini liberi) o secondo il solo marketing politico o, peggio, l’acquisto del voto (costruzione del consenso). Le regole che governano le società quotate e la società civile si ispirano agli stessi principi democratici. La maggiore (interessata) attenzione che riserviamo a chi governa le società in cui abbiamo investito i nostri risparmi, dovrebbe ricordarci che non è meno importante vigilare su chi governa la grande società di cui tutti noi facciamo parte. I recenti scandali finanziari e la manipolazione dell’informazione dovrebbero stimolare una maggiore consapevolezza critica. Per questo non posso non essere d’accordo con quanto ha scritto Beppe Grillo sul suo blog: la democrazia finanziaria può rappresentare  una palestra della più impegnativa democrazia politica (www.beppegrillo.it).

Anticipiamo il Banco di Bilbao: compriamo le azioni della BNL e poi le rivendiamo, speculandoci sopra.
Perché lasciare ai soli capi azienda la possibilità di fare insider trading? Facciamolo anche noi.
Chiediamo in prestito i soldi alle banche agli stessi tassi di interesse concessi a politici e finanzieri dalla Banca Popolare Italiana.
Operazioni legittimate dalla Banca d’Italia e quindi applicabili a tutti i correntisti.

Comprando le azioni delle aziende, anche una sola, possiamo partecipare alle assemblee degli azionisti, fare delle domande, registrare le risposte e diffonderle su Internet.

E allora, perché non toglierci questa soddisfazione, iniziando da Telecom Italia, e trattare da dipendenti nella prossima assemblea questi capitalisti senza capitali.
Che usano le aziende dalle quali sono pagati come se fossero loro.

Non sono loro!

La Parmalat non era di Tanzi.
La BPI non era di Fiorani.
La Telecom Italia non è del tronchetto.
La Unipol non è di Consorte.
Capitalia non è di Geronzi.

Le aziende appartengono agli azionisti, hanno l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi, di accrescere il loro valore sul mercato.

I dirigenti devono fare questo e nient’altro.

La loro immagine personale non ci interessa.
Lavorino di più e rilascino meno interviste.
Ci interessano i risultati, se non ci sono se ne devono andare a casa.

Alle prossime assemblee degli azionisti facciamo sentire la nostra voce, a partire da quella di Telecom.

PENSIERINO DI NATALE

sabato, 24 dicembre 2005

ERA ORA!

lunedì, 19 dicembre 2005

Quello che c’era da capire e da fare era chiaro anche questa estate, già dopo la divulgazione delle prime intercettazioni telefoniche tra Fazio e Fiorani. Come ho scritto già a suo tempo: http://www.bloggers.it/didonna/index.cfm?blogaction=archive&file=blog_7_2005.xml . Non c’è bisogno di aver commesso un reato e di essere stati condannati in maniera definitiva per avere la sensibilità di lasciare un delicato ruolo istituzionale quando non si è più arbitri imparziali: Collina docet. In Paesi non basati sul potere del ricatto incrociato come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, Fazio si sarebbe ritirato già da tempo. Questi cinque mesi di perdita di credibilità internazionale sono la misura del nostro declino e della colpevole incapacità del governo Berlusconi. Mi auguro che la scelta del successore ricada su una persona più adatta al ruolo e ai tempi: Mario Draghi. 

CANI SCIOLTI CERCANSI

venerdì, 16 dicembre 2005

Ogni vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è sempre orfana. Per i giornalisti della carta stampata sparare oggi su Fiorani è facile come sparare in guerra alla Croce Rossa. Oggi non c’è quotidiano, compresi l’ "Avvenire" dei Vescovi e "La Padania" dei leghisti, che non chieda le dimissioni di Fazio. Oggi, appunto, non quando serviva e toccava ad un comico, Beppe Grillo, raccogliere fondi attraverso il suo blog per far dire ai giornali, con una pagina a pagamento e a chiare lettere, ciò che andava detto: "Fazio, vattene!". C’è troppa gente abituata ad essere pavida con i potenti ed intrepida con i vinti. C’è troppa gente sempre disposta a correre in soccorso dei vincitori di turno. Serve invece, specie tra chi fa opinione, gente libera da valutazioni d’opportunità che risponda solo all’onestà della propria testa, che dica ciò che pensa e scriva ciò che dice. Che insegua soltanto questo lusso intellettuale. Servono più cani sciolti, come il bassotto della palermitana Stefania Petyx che, con la sua simpatica facciatosta, per prima, già un anno fa, indagò sugli abusi della Popolare di Lodi (oggi Italiana) portando in TV fatti che altri non ritenevano ancora "opportuno" diffondere. Per fortuna c’è internet che lo ricorda ai tanti "vincitori" di oggi della carta stampata con quel primo video andato in onda già l’8.2.05 (http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/gruppivideo_stefania_petyx.shtml). Notevoli, della stessa autrice, altri video ironici e pungenti, andati in onda su TV locali, dedicati alla sua Palermo: http://www.switchtv.it/ .

LA BANDA D’ITALIA

giovedì, 15 dicembre 2005

Scandali e vicende giudiziarie, da Tangentopoli in poi, offrono una magra consolazione ai meridionali: Tanzi, Cragnotti, Fiorani, Fazio & C. sono nati tutti a nord di Napoli e, addirittura, la più grande truffa finanziaria del mondo (Parmalat) è stata concepita da padani! Non si può, in modo del tutto interessato, accusare la Magistratura di essere sovraesposta in un improprio compito di moralizzazione della società se il problema è proprio che la società ha le idee confuse in fatto di moralità sociale. In Italia siamo arrivati al paradosso, per via di un malinteso garantismo da strapazzo inculcatoci dalle sette sorelle delle TV (RAI-Mediaset-La7), che un comportamento possa essere censurato solo se riconosciuto penalmente rilevante in modo definitivo. Ragion per cui un Presidente di Regione può rimanere tranquillamente al suo posto, pur se rinviato a giudizio, così come un pio Governatore "secondo coscienza" non sente il dovere di dimettersi perchè non ha commesso reati (ci mancherebbe altro!) e non perchè il suo comportamento … Fazioso non lo renderebbe ormai più idoneo neanche ad arbitrare una partita di calcetto: figuriamoci il sistema finanziario di un Paese come l’Italia! Alcuni fermenti di rivolta morale in Puglia e in Sicilia, cui sono poi seguite tangibili conseguenze in termini di sconvolgimenti politici, mi fa sperare che toccherà ai "terroni" riaffermare il primato dell’etica nella vita sociale e nella politica in un Paese la cui reputazione internazionale è giunta al livello minimo della sua storia. Non ci sono altre vie e le scorciatoie, è ormai provato, non "spuntano" più.

IL SEGRETO DELLA LONGEVITA’

mercoledì, 14 dicembre 2005

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Tutto sotto il sole ha un’inizio e una fine. A questa regola non sfuggono nemmeno le imprese, create non dalla natura, ma dall’uomo. Per questo motivo mi ha colpito osservare, tra quelle italiane più longeve, che l’anno di nascita di molte di esse è nel ventennio compreso tra il 1865 e il 1885. Come mai? Una spiegazione che mi sono dato è che l’unificazione d’Italia aprì delle frontiere e le imprese che ebbero modo di cogliere per intero questa grande novità sociale ed economica maturarono una specie di "anticorpi" culturali e patrimoniali che le hanno preservate dalle congiunture avverse sino ai nostri giorni. Perchè, allora, un evento ancor più devastante quale la globalizzazione dei mercati non comporta anche per noi una ventata di crescita economica come sta avvenendo, in particolare, nei Paesi dell’est Europa e dell’Asia, ma anche in riva al Mediterraneo (Spagna)? Forse perchè non abbiamo ancora ben compreso i rischi, ma anche le opportunità di questi cambiamenti epocali e siamo, come sistema Paese, solamente attestati in una difesa delle tante rendite di posizione che  resistono invano al cambiamento? La grande imprenditoria italiana contemporanea, abbandonata la ricerca e l’innovazione, si è rifugiata nelle "utilities" (telefonia, autostrade, ecc.) o nell’immobiliare. E’ necessario invece immaginare, con meno rassegnazione, una diversa visione per l’Italia e quindi anche per la Sicilia. Per la storia, esiste un’associazione internazionale che raggruppa alcune delle più antiche imprese familiari del mondo, alcune con una storia plurisecolare: http://www.henokiens.com/index.php .

PALERMO O L’EUROPA DI UNA VOLTA

martedì, 13 dicembre 2005

di Philippe Daverio

PASSEPARTOUT – IV EDIZIONE

XII PUNTATA – domenica 6 febbraio, ore 13,20
(replica domenica 27 febbraio alle 9.45)

PALERMO O L’EUROPA DI UNA VOLTA

Questa settimana comunque “Passepartout” inizia ad affrontare la “questione normanna” puntando il suo obiettivo sulla città di Palermo. Quel che colpisce subito è infatti la mescolanza di elementi stilistici bizantini, islamici, cristiano-romani, che caratterizza il gusto costruttivo di quell’epoca nella città: il forte radicamento dell’Islam in Sicilia fino a quel tempo e l’atteggiamento tollerante dei Normanni, sia verso gli Arabi che verso Bisanzio e il cristianesimo romano, portarono infatti ad una insolita disponibilità ad accettare la presenza di forme islamiche e bizantine nelle chiese di rito latino. Inoltre i Normanni erano contemporaneamente presenti anche in Africa introducendo lungo l’intero arco del romanico anche elementi delle tradizione islamica e africana.

I Normanni giunsero in Sicilia nel 1061 dalla Francia affermando il loro potere sull’isola nel corso degli anni successivi. Come in Normandia, in Inghilterra e i Puglia, questi “uomini del nord” si trasformarono da irrequieti predoni vichinghi in cittadini stabilmente stanziati in un regno politicamente ben organizzato, quasi un modello di integrazione culturale, stilistica, linguistica, per certi versi addirittura più avanzato di quello che si riesce ad attuare oggi in Europa.

Philippe Daverio osserva tutti i principali documenti della presenza normanna in città: gli edifici de La Cuba e de La Zisa, perfettamente inquadrati nelle loro geometria architettoniche, la Cattedrale (di cui parlerà in maniera più diffusa la prossima volta), il ponte gotico, la chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi e poi il Castello di Ruggero, alla periferia della città, edificato in un luogo di delizie, sotto la montagna e su uno specchio d’acqua, dove già gli arabi avevano capito che si stava bene.

I Normanni dagli arabi appresero immediatamente lo stile di vita, mentre da Bisanzio impararono lo stile religioso. Come nelle chiese della Martorana e di San Cataldo, situate in uno dei luoghi più densi della città. Queste due bellissime chiese furono costruite l’una nel 1143 sotto il regno di Ruggero II e l’altra 20 anni dopo nel periodo di Gugliemo I. Il committente della chiesa della Martorana, Giorgio d’Antiochia, che fece costruire 30 anni prima il ponte, racchiude nella sua biografia un profilo significativo di quello che era il mondo di allora: un siriano cristiano di cultura araba al servizio di Ruggero II, quindi in grado di intendere l’arco siriano, l’ogiva araba, che sarebbe diventata poi gotica in Europa, la cultura visiva ieratica dei bizantini. Diversa, meno eclettica in apparenza, è la chiesa di San Cataldo, perché qui già prevale quello stile romanico romanzo austero e militare che i normanni e il papato alleato stavano diffondendo nel continente.

Si passa quindi ad esaminare il Palazzo dei Normanni, edificio più volte rimaneggiato nei tempi successivi, che contiene comunque ancora dei documenti fondamentali. Come la Stanza di Ruggero, esempio eccellente di architettura civile, con decorazioni marmoree e mosaici splendenti, scene di caccia, magie orientali. Un incredibile paradiso sincretico dove i pavoni bizantini convivono con gli uccelli del Corano. Qui si è contemporaneamente in modo armonico a Bisanzio e nel mondo arabo.

E inoltre questi luoghi annunciano tutto il mondo delle ogive che con gli anni formerà l’estetica gotica. Con punte di eccellenza nella Cappella Palatina dove la cripta, la parte più antica rimasta nel palazzo, rappresenta una fortissima testimonianza araba, mentre la parte superiore si propone in tutto il suo splendore regale con una ricca e densa commistione di elementi visivi e figurativi arabi e bizantini.

LA GUERRA DELLE CATTEDRALI

martedì, 13 dicembre 2005

di Philippe Daverio

PASSEPARTOUT – IV EDIZIONE

XIII PUNTATA – domenica 6 marzo alle 13.20

LA GUERRA DELLE CATTEDRALI

“Passepartout”, il domenicale di arte e cultura di Rai Tre, scritto e condotto da Philippe Daverio, ritorna su Rai Tre, riprendendo esattamente da dove aveva lasciato, da Palermo, proponendo una nuova puntata sulla Sicilia normanna, seguito naturale del successo di critica e di pubblico riscosso da “Palermo o l’Europa di una volta” dello scorso 6 febbraio, prima della pausa in cui la trasmissione ha lasciato il suo spazio allo sci.Dopo questi appuntamenti con la Sicilia “Passepartout” ripresenterà l’ormai “tradizionale” reportage sullo stato dell’arte contemporanea con la visita di Arte Fiera a Bologna, per poi tornare a parlare di antichità, anche se in dialogo con l’attualità di una città europea in piena crescita dinamica, in un appuntamento speciale dedicato ad Atene tra passato e futuro, e con una monografia incentrata massimamente su Pompei e l’arte coeva.

Dopo aver esaminato in “Palermo o l’Europa di una volta” le contaminazioni culturali, le convivenze, le resistenze e le spinte innovative, tra mondo arabo, spiritualità bizantina e conquista normanna, Philippe Daverio e “Passepartout” concentrano questa volta la loro attenzione su un confronto tutto particolare tra due edifici di grande pregio, la cattedrale di Palermo e quella di Monreale, che diventano un pretesto per spiegare importanti questioni religiose, politiche, storiche e culturali, alla base della loro edificazione.

La Cattedrale di Palermo infatti nacque per volontà dell’arcivescovo di Palermo Gualtiero Offamilio, tra il 1069 e il 1190; quella di Monreale fu invece voluta dal re Guglielmo intorno al 1172 proprio per creare un contrappeso politico e religioso rispetto al grande potere conquistato dalla diocesi di Palermo. E Guglielmo raggiunse in pieno il suo scopo in quanto anche Monreale divenne sede vescovile per volontà di papa Lucio III. A poca distanza di tempo e di luoghi, le due cattedrali si presentano quindi come due simboli di potere, due entità da riscoprire e da studiare.

Nonostante gli interventi del XVIII secolo di Ferdinando Fuga, la Cattedrale di Palermo si rivela ancora ai nostri occhi nei suoi connotati originali, che sono sostanzialmente arabi. Il suo aspetto è quindi una sorta di accumulo architettonico che ha sedimentato nel tempo tutti gli aspetti della storia cittadina, dal periodo arabo, fino al XIX secolo, seguendo il filo di significative incursioni di gotico fiammeggiante quattrocentesco e di profonde trasformazioni tardo-barocche.

Di questo cocktail linguistico “Passepartout” esamina soprattutto la sua porzione originaria, quella arabo-normanna, che rivela la sua tangenza con le “cube” viste nelle puntata precedente, sia nei dettagli architettonici, sia nei nelle scelte decorative. Una conferma ulteriore di quanto l’estetica siciliana dell’epoca normanna fosse legata in modo al mondo arabo.

Sulla costa meridionale dell’isola questo contatto è ancora più evidente. A Mozia e dintorni, a Mazara del Vallo si ritrovano infatti alcuni esempi impressionanti di costruzioni arabe, che le telecamere di “Passepartout” hanno voluto documentare come testimonianza tangibile di queste rimanenze.

Tornando alle cattedrali vediamo come si è invece esplicata la risposta normanna al vescovo di Palermo. Con Monreale re Guglielmo sembra proprio lanciare una sorta di sfida “alla siciliana”, in un gesto architettonico e politico che racchiude una rivendicazione autorevole di potere. Una cattedrale ricca, sontuosa, di qualità spettacolare, con un messaggio politico chiarissimo: una dichiarazione di indipendenza da Roma, redatta anche assimilandone l’estetica, mediandola con il meglio che viene da Bisanzio e metabolizzando il mondo arabo, che non è più visto così prossimo come un tempo.

Un’architettura che trova il suo archetipo in uno dei primi luoghi del loro potere, a Salerno, dove la cattedrale costruita cent’anni prima presenta i primi segni rivelatori di queste riscoperte romane. Si è aggiunta quindi una nuova componente che va a determinare il complesso mosaico estetico della Sicilia normanna, che riscopre il gusto dell’antico, della romanità. Anche perché se oggi la il mondo romano sta nei musei, allora era ancora abbondantemente visibile nelle rovine di un passato recente. Un motivo di ispirazione, sia politico che estetico.

E per completare il quadro di questo excursus storico Daverio visita anche il bellissimo Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas di Palermo, alla scoperta di quelle tracce di antico così evidenti anche ai tempi dei Normanni e della costruzione della Cattedrale di Monreale.