Archivio di ottobre 2006

SICILIA DI LUSSO

martedì, 31 ottobre 2006

Ritorno a parlare di turismo in Sicilia, non per lamentare l’eterno divario tra potenzialità ed effettiva gestione, ma per continuare a segnalare iniziative caratterizzate da un criterio di qualità. Dopo aver scritto a suo tempo del sito "Think Sicily" (http://www.thinksicily.com/), segnalo ora un’analoga iniziativa: "Sicily de luxe" (http://www.sicilydeluxe.com/), nata per iniziativa di due signore siciliane -e più incentrata sulla Sicilia orientale- che selezionano dimore di pregio, con relativi servizi annessi, per viaggiatori in cerca di atmosfere diverse da quelle dei soliti alberghi.

Continuo a pensare che alcune iniziative, totalmente private, offrano al turismo in Sicilia un servizio più concreto e di qualità di quelle intermediate dal locale ceto politico, pur con abbondante impiego di denaro pubblico.

TECNOLOGIE LIBERATORIE

giovedì, 26 ottobre 2006

La classifica annuale de "Il Sole 24 Ore" sulla qualità della vita urbana conferma Palermo e le altre città siciliane (e meridionali in genere), piazzate saldamente in fondo. Puntualmente ripresa dai quotidiani locali di questi giorni, rappresenta la tipica "non notizia": la notizia sarebbe stata infatti una improbabile quanto auspicata inversione di tendenza. Guardando la foto del centro storico di Bolzano viene però da sognare …

Ho già scritto due anni fa come il traffico a Palermo rappresenti una sorta di "ammortizzatore sociale" (http://www.bloggers.it/didonna/index.cfm?blogaction=permalink&id=03322D99-D8AD-A446-45CF77310F721E82&file=blog_9_2004.xml) che tiene "occupata" una buona fetta della popolazione negli orari tipici di lavoro. Ma  a due anni da queste riflessioni (che per le nuove tecnologie rappresentano secoli) penso sempre di più che la soluzione, a portata di mano, del problema del traffico cittadino potrebbe essere rappresentata anche dal far venir meno, grazie alle tecnologie digitali, il motivo dello spostamento. Non dovremmo più andare fisicamente in banca, alla posta, negli uffici pubblici, nei supermercati, ecc. perchè tutti questi spostamenti potrebbero essere evitati da un’operatività generalizzata on line. Persino le lezioni universitarie potrebbero essere seguite, probabilmente con minore stress e maggiore profitto, da casa sul proprio pc. A Milano i miei amici ordinano la spesa in ufficio durante la pausa pranzo e se la fanno recapitare dopo le 20:00 a casa attraverso il sito internet del supermercato (V. ad esempio: http://www.esselungaacasa.it/ecommerce/reg/loginFrameset.do ). Negozi e uffici aperti al pubblico risparmierebbero un mare di soldi se non fossero costretti a predisporre sedi fronte strada con magari anche un posteggio per i propri clienti. Ci si può incontrare in videoconferenza, consultare e prenotare qualunque cosa: insomma le tecnologie digitali libererebbero ben altre occasioni di rapporti umani e di qualità della vita, come la foto di Bolzano fa intendere.

 

STIPENDI D’ORO

lunedì, 23 ottobre 2006

I "continentali" quando leggono certe cose si scandalizzano, qui invece un’inchiesta sugli stipendi d’oro della "corte" di burocrati siciliani provoca al massimo invidia …

http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/cronaca/stipendi-sicilia/stipendi-sicilia/stipendi-sicilia.html

IL SINDACO FANTASMA DI FAVIGNANA

giovedì, 19 ottobre 2006

Vivere in Sicilia significa scontrarsi quotidianamente con tante brutture, ignoranza, arroganza dei pubblici amministratori, …. Trasformare aspetti così tragici in gag comiche è un merito del personalissimo stile dell’inviata di "Striscia la Notizia" in Sicilia, Stefania Petyx:

1) http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/2006/10/18/video_4035.shtml?adsl

2) http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/2006/10/19/video_4043.shtml?adsl

MAREDOLCE

domenica, 15 ottobre 2006

Più di mille anni fa, dove oggi c’è quell’inferno noto soprattutto alla cronaca nera come quartiere Brancaccio, altri governanti capeggiati dall’emiro Giafar immaginavano e realizzavano un angolo di paradiso: il castello di Maredolce alla Favara. Il nome Maredolce deriva dal fatto che il castello era circondato, per tre lati, da una peschiera (di acqua dolce) con al centro un’isola coltivata con le tecniche e la vegetazione di importazione araba. Dallo splendore dell’epoca arabo-normanna il monumento precipitò poi nel degrado e l’abbandono fino alle prime opere di recupero degli anni novanta. Molti palermitani non conoscono ancora questa meraviglia, più antica della stessa Zisa. In questi giorni è possibile visitare gli interni del castello e apprezzare il recupero del perimetro in cocciopesto della peschiera. Dovrebbe rinascere il parco e lo stesso lago artificiale e sarebbe davvero un grande richiamo culturale per questo sfortunato quartiere. Speriamo di essere ancora in vita … E’ un peccato che i governanti, nostri contemporanei, abbiano per Brancaccio tutt’altre priorità, come il centro commerciale oggetto delle note intercettazioni che ci hanno consentito di aggiornare i nuovi protagonisti dell’intramontabile intreccio tra politica e mafia.     

INTEGRALISMO ECONOMICO

giovedì, 12 ottobre 2006

Ho visto qualche giorno fa in DVD "Syriana", un film molto interessante e tragicamente attuale. Fornisce una spiegazione abbastanza attendibile del consenso di cui gode, in vaste aree del mondo contemporaneo, il fondamentalismo islamico (convergenza di Stato e religione nel Corano). Ma i fatti -immaginari- narrati nel film, mi hanno acceso una lampadina sull’esistenza di una sorta di "integralismo economico", non meno pericoloso, qui da noi, in occidente. Quando si da’ questo integralismo? Quando gli interessi di uno Stato coincidono con quelli di un gruppo di imprese o, se vogliamo, quando determinate grandi imprese detengono interessi strategici nazionali da difendere, nel caso, con gli eserciti. Il rovescio della medaglia di una moneta nazionale è la spada, ma la moneta è un bene che però appartiene ad un’intero popolo. Ogni riferimento al petrolio è, quindi, puramente pertinente ….

Ma anche nel nostro piccolo (che più piccolo non si può!) palermitano, possiamo rinvenire manifestazioni di integralismo economico: quando? Quando le istituzioni subiscono passivamente e supinamente i diktat delle organizzazioni economiche di categoria. E’ successo ancora una volta l’altro ieri a Palermo: l’assessore competente (Avanti) aveva predisposto un piano che prevedeva la chiusura al traffico di una vasta area della città ogni giovedì mattina ed è bastato che il leader dei commercianti, nonchè presidente della locale CCIAA, Roberto Helg, telefonasse al sindaco Cammarata perchè detto provvedimento venisse subito accantonato. Questo, mentre i vigili urbani denunciano con un esposto alla Procura che venti di loro sono morti di tumore negli ultimi due anni a causa della prolungata esposizione allo smog nel traffico cittadino. L’istituzione politica è rappresentativa di tutti i 750.000 cittadini o dei soli 14.000 commercianti? Perchè i vigili urbani ricevono istruzioni così tolleranti con le violazioni in materia di carico e scarico merci o con i parcheggi in doppia fila davanti ai negozi? Le multinazionali del petrolio reggono almeno la capitalizzazione delle borse, danno lavoro regolare a tanta gente, pagano le tasse, …  

 

COME INNALZARE LA QUALITA’ DELLA VITA NEL CENTRO STORICO DI PALERMO?

martedì, 10 ottobre 2006

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Creare valore per i cittadini dovrebbe costituire la missione di un buon amministratore pubblico, così come si chiede a quello privato di creare valore per gli azionisti. Prendiamo ad esempio il centro storico di Palermo: i sindaci che si sono succeduti, dagli anni ottanta sino ad oggi, hanno contribuito, chi più chi meno, a favorire gli investimenti privati in questa vasta area urbana abbandonata e degradata sin dal dopoguerra. Basta però, per creare valore per i cittadini, favorire la ristrutturazione di case confortevoli al proprio interno, ma inserite in un contesto di inquinamento atmosferico ed acustico causato da un traffico veicolare caotico e paralizzante, quale quello del centro storico che conosciamo oggi? Evidentemente no. Una società quotata avrebbe già provveduto alla sostituzione di amministratori anche volenterosi, ma sostanzialmente incapaci. Quale potrebbe essere allora, per il prossimo sindaco di Palermo, una politica fatta di scelte, magari coraggiose, ma sicuramente idonee a trasformare il centro storico in un’area caratterizzata da una grande qualità della vita urbanaPenso che la scelta fondamentale sia quella di chiudere sostanzialmente il centro storico al traffico veicolare privato, trasformando in un’occasione di lavoro la soluzione del conseguente problema della mobilità privata. Il centro storico, a differenza di altre aree urbane, per la sua specificità architettonica e urbanistica, è godibile soprattutto a piedi oppure in bicicletta, magari con bici elettriche: i motorini non sono infatti meno inquinanti delle auto sia per i gas che per i rumori che producono. Una politica modernamente intesa dovrebbe avere ben presente come il proprio compito sia quello di creare le condizioni perché l’iniziativa economica privata crei occasioni di lavoro piuttosto che stipendiare direttamente -o indirettamente- i senza lavoro, impegnando risorse pubbliche per mansioni improbabili, anche se utili in chiave clientelare (si pensi alla conta dei tombini della tragicomica cronaca di questi giorni). Senza andare lontano a cercare qualità della vita, nell’isola di Panarea la mobilità privata è efficacemente assicurata, tutto l’anno e 24 ore su 24, da servizi privati di auto elettriche (tipo golf car: es. http://www.alke.it/index.htm) che trasportano persone e merci a zero emissioni e con l’inquinamento acustico di un sibilo. Basterebbe allora favorire la costituzione di cooperative private, in concorrenza tra loro, attingendo a tutte le declinazioni del lavoro precario da impegnare nella soluzione della mobilità privata dei 250 ettari del nostro centro storico. Le auto private, di residenti e non, potrebbero essere custodite in auto silos posti ai limiti del perimetro chiuso al traffico: altra opportunità di business indotto. Mezzi pubblici, autoambulanze, forze dell’ordine e un numero controllato di operatori (es. rifornimento merci dei mercati storici e degli altri esercizi commerciali, cantieri, ecc.) avrebbero invece accesso alla stessa area attraverso colonnine retrattili telecomandate, così come avviene in molti centri storici del nord Italia e d’Europa. Se la chiusura del traffico privato dovesse risultare, almeno inizialmente, una misura troppo drastica per i residenti, si potrebbe consentire loro, per un periodo di tempo limitato, l’accesso in modo da arrivare in due tempi all’obiettivo finale della chiusura al traffico veicolare privato. Per ottenere un sufficiente consenso sociale su di una misura di questa portata, bisognerebbe dimostrare agli esercenti e ai residenti del centro storico che, a fronte di innegabili limitazioni alla mobilità personale, essi godrebbero dei seguenti vantaggi: 

  • il centro storico di Palermo si trasformerebbe in un’isola di qualità della vita (libera da inquinamento atmosferico ed acustico) in un contesto architettonico e urbanistico che avrebbe poco da invidiare ai più rinomati centri storici d’Italia e d’Europa;
  • come diretta conseguenza di questo salto della qualità della vita urbana, esso diverrebbe un’opportunità di investimento residenziale di ben altro livello rispetto all’attuale situazione, sia per i palermitani che per “immigrati ad alto redito”, con creazione di valore immobiliare vero e riconoscibile;
  • conseguentemente, anche il valore delle localizzazioni commerciali attualmente presenti nel centro storico subirebbe un innalzamento di valore che consentirebbe, a chi volesse cimentarsi con la nuova tipologia di residenti o di viaggiatori, di avere nuove opportunità di business e, a chi non le sapesse o non le volesse sfruttare, di monetizzare il valore di immobili o avviamenti commerciali da reinvestire eventualmente altrove;
  • si creerebbe lavoro vero per il business della mobilità privata all’interno del centro storico, mentre anche i servizi di taxi, disinteressati ai brevi percorsi interni, ne avrebbero una positiva ricaduta per i collegamenti da e per l’area a traffico limitato;
  • il centro storico si dovrebbe dotare di infrastrutture (auto silos) il cui business sarebbe una conseguenza della chiusura al traffico con un “mercato” stabile quale quello dei residenti per i quali costituirebbe una sorta di “garage di quartiere”. 

Chi dovrebbe farsi carico di quantificare, a uso e consumo dei cittadini e delle istituzioni politiche, costi e benefici di una tale operazione, se non l’Università o le associazioni di categoria, grazie alle proprie specifiche competenze sia teoriche che pratiche?

FRANCESCO GIUFFRIDA (2)

lunedì, 9 ottobre 2006

Ciò che penso, per conoscenza personale, di Francesco Giuffrida e della incredibile vicenda che lo vede protagonista, l’ho già scritto nello scorso mese di giugno http://www.bloggers.it/didonna/generale/citazione-danni.htm. Qualche giorno fa la vicenda è stata presa a cuore anche da Beppe Grillo che nel suo blog (http://www.beppegrillo.it/2006/10/la_prevalenza_del_potere.html#comments) ha pubblicato una lettera di solidarietà che è anche un appello affinchè una simile vicenda non passi sotto silenzio. Chi lo condivida può aderire con una mail all’indirizzo in coda:

Carissimo,

desidero rivolgermi a te direttamente e personalmente, non ricorrendo questa volta  al consueto invio multiplo, per un appello di solidarietà che mi sta molto a cuore, e che riguarda una persona che è un mio caro amico da sempre, Francesco Giuffrida. Nella stessa forma, diretta e personale, invierò questo messaggio a tutte le persone che, come te, so essere sensibili al tema dell’integrità e del coraggio civile. 

Per chi non lo ricorda, dirò che Francesco Giuffrida è il coraggioso dirigente della Banca d’Italia (Vice-direttore a Palermo) che su richiesta e incarico della Procura della Repubblica di Palermo ha condotto una accurata e scrupolosa perizia tecnica sui flussi di capitali diretti alla Fininvest, per il processo a Marcello Dell’Utri.

Per questo suo lavoro Francesco dovrà comparire in giudizio il 12 ottobre, citato dalla Fininvest per presunti danni morali. La citazione è arrivata alla vigilia del processo d’appello per Dell’Utri, e in corrispondenza con un altro incarico attribuito, sempre a Francesco, questa volta dalla Procura di Roma, che evidentemente lo ritiene un tecnico assai affidabile, per indagare sui movimenti di capitali legati alla vicenda di Roberto Calvi. "Sembra una minaccia, un modo per zittirlo e intimorirlo al processo" ha dichiarato  in giugno un magistrato al giornalista del Corriere Cavallaro. Non solo: la citazione comporta il concreto rischio che tutta la tutta la sua attività di esperto, e le perizie che gli sono state affidate,  vengano  delegittimate

Francesco Giuffrida dovrà andare a difendersi di fronte ad un uomo che è stato condannato per mafia, solo per aver fatto il suo lavoro e per averlo fatto bene, e dovrà farlo da solo, visto che nemmeno la Banca d’Italia, ovviamente a conoscenza della sua collaborazione con il tribunale, si è mossa per un ‘azione di sostegno, o per tutelarlo in sede di giudizio.

Perchè questo appello? per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano (solo Felice Cavallaro ha scritto un articolo sul Corriere, e un’altro è uscito sulla Repubblica, entrambi in giugno, poi più nessuna informazione), contro il pericolo che questo isolamento, quasi omertoso, può comportare per Francesco e la sua famiglia.

Per questo chiedo a te, e agli altri a cui manderò questa lettera, di  fare quanto è nelle tue facoltà affinché appello abbia la più ampia diffusione possibile, per non lasciare solo Francesco, ma soprattutto per dare il giusto risalto a comportamenti di integrità, rigore personale e coraggio che meritano  di essere conosciuti, messi in evidenza e portati ad esempio.

 

Anche una mail di risposta, di adesione all’appello, può significare molto.

un caro saluto

Pepe Giolitti

giuseppe_giolitti@fastwebnet.it

I TERMOVALORIZZATORI SONO DANNOSI ALLA SALUTE?

lunedì, 2 ottobre 2006

Stefano Montanari è un ricercatore di Modena che si sta occupando attivamente di divulgare i risultati delle ricerche sulle nanopatologie (http://www.nanodiagnostics.it/Default.aspx). Riporto il video di una sua interessante conferenza ("Le nanopatologie: morire  a norma di legge") http://video.google.com/videoplay?docid=7395495186822276391 e una sua recente intervista: sono informazioni importanti per farsi una propria opinione in tema di termovalorizzatori.

°°°°°

 Intervista a Stefano Montanari
di Vania Gaito per www.bispensiero.it

Ha fatto una conferenza di tre ore al palazzo della Provincia di Salerno, fra poco lo aspettano a piazza Flavio Gioia, sempre qui a Salerno, perché spieghi a cinquemila persone, che aspettano lui e Beppe Grillo, perché non bisogna costruire gli inceneritori.

“È stanco, professore?”

“Sono quasi tre anni che faccio questa vita. Dormo tre ore per notte. Ho dovuto imparare.” Sorride. “Del resto è importante.”

“Il microscopio?”

“Sì. Ne sa qualcosa?”

“Molto poco, professore. Quello che ne scrive Beppe. Ne parla solo lui.”
“Mi racconta com’è andata questa faccenda del microscopio?”

“È andata che questo microscopio è l’unico che permette di esaminare i tessuti in particolari condizioni. Vede, di solito quando si esamina un tessuto con un comune microscopio, c’è la necessità di mettere il tessuto sottovuoto e di ricoprirlo con una particolare sostanza. Con questo, invece, possiamo esaminare il tessuto così com’è. Niente sottovuoto e niente sostanze. Lo fa la Philips. In verità lo fa anche un’altra azienda, ma quello della Philips è migliore, per i nostri scopi.” Prende una forchettata di pasta. Ma è preso dal discorso e si dimentica di mettersela in bocca. “ La faccenda del microscopio è complessa. Ha pazienza?”

[[SPEZZA]]“Ho pazienza.”

“Allora gliela racconto. Andò così. Mia moglie, che è molto più brava di me, è un fisico della materia. All’epoca lavoravamo in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica della Materia e la Comunità Europea sovvenzionò la ricerca che stavamo conducendo. Con quei fondi comperammo il microscopio. Per due terzi lo pagammo con i fondi ricevuti, per un terzo lo pagammo io e mia moglie coi soldi nostri. Eravamo in perfetta buona fede, con l’Istituto di Fisica non c’erano mai stati problemi. Poi arrivò la riforma Moratti. L’Istituto fu inglobato dal CNR e il microscopio ci fu richiesto indietro.”

“Così, senza spiegazioni? Lo avevate pagato anche voi!”

“Già. Solo che la parte che noi avevamo investito nell’acquisto del microscopio risultò dai documenti come una “donazione” privata. Non avevamo nessun appiglio. E loro non avevano bisogno di darci spiegazioni. Se lei presta qualcosa a qualcuno, e poi lo rivuole, non deve mica dare spiegazioni. Basta dire che lo rivuole.”

“E adesso il microscopio dov’è?”

“In un laboratorio, smontato e imballato. Assolutamente inutilizzato.”

Si mette finalmente in bocca la sua forchettata di pasta. Fa caldo, si toglie la giacca.

“Come incontrò Beppe? Lui dà una succinta versione di questa storia.”

“Lo incontrammo attraverso uno scienziato svizzero che ci conosceva entrambi. Parlò a Beppe di questa faccenda del microscopio e Beppe si mise in contatto con me. Se non fosse stato per lui oggi non sarei qui. È vero quello che racconta. Fu così coinvolto in questa storia che ci diede l’incasso di una serata, da dare come anticipo su questo nuovo microscopio.”

“Aveva anche pubblicato l’elenco dei cibi in cui erano state trovate le famose nanoparticelle. Professore, io ho un dubbio: ma se non vi avessero tolto il microscopio, noi comuni mortali questa faccenda delle nanoparticelle quando l’avremmo saputa?”

“Mai” sorride. “Non era mica una novità, sa. Ne parlavamo da un po’. Alle conferenze. Sulle riviste specializzate. Ma cosa vuole che sia? Le leggono, in tutto, un migliaio di persone nel mondo. Non penso neanche che siamo stati i primi a “vederle”. Credo che ci siano stati molti scienziati, prima di noi, ad averle viste. Solo che hanno creduto a un difetto della lente, forse. Ad un po’ di sporco… non saprei. Ma non posso credere che nessuno le abbia mai viste.”

“Torniamo un attimo indietro, professore. Lei ha detto che non avremmo mai saputo dell’esistenza delle nanoparticelle, se non vi avessero tolto il microscopio. Non eravate disposti a dircelo o non ve lo lasciavamo dire?”

“Guardi, noi lo avremmo detto tranquillamente. Anzi, ci abbiamo provato con ogni mezzo. Ma non era solo il problema dei mezzi di informazione che, come dice lei, “non ce lo lasciavano dire”. Noi siamo scienziati. Siamo sconosciuti ai più. Mi dica la verità: se io fossi venuto da lei senza Beppe Grillo, lei mi avrebbe ascoltato? E stasera, senza Beppe, in quanti mi avrebbero ascoltato?”

“Non lo so. Alla gente noi piace assumersi responsabilità. E anche solo ad ascoltare ci si assume una responsabilità. Non si può far finta di nulla. Mi racconta come avete scoperto queste famose nanoparticelle?”

“Per caso” sorride. “ Assolutamente per caso. Capitò così. Ci arrivò un campione di tessuto del fegato di un paziente. Lo esaminammo, e trovammo una cosa assolutamente inaspettata: nel tessuto erano presenti delle particelle infinitesimali di ceramica.”

“Ceramica?”

“Sì. Una ceramica particolare, di quella che viene utilizzata per le protesi dentarie. Così ci mettemmo in contatto col medico che ci aveva inviato il campione. E scoprimmo che in realtà il medico non voleva inviare quel campione a noi, ma ad un altro collega. Però ormai c’eravamo, così gli raccontammo cosa avevamo trovato. E ci facemmo anche dare informazioni dettagliate sul suo paziente e sui disturbi che accusava.”

“E quali erano questi disturbi?”

“Aveva una febbre tenacissima, che durava per mesi, poi spariva per qualche tempo, poi ricompariva. Resisteva ad ogni forma di cura. Incontrammo il paziente e scoprimmo che aveva una protesi dentaria fissa e soffriva di bruxismo. Sa, quel disturbo fastidiosissimo che fa stringere le mascelle e digrignare i denti. Così, infinitesimali particelle della ceramica della protesi si staccavano, il paziente le ingoiava, finivano nel sangue e si depositavano nel fegato. Gli facemmo togliere la protesi, fece una cura a base di cortisone per combattere l’infiammazione e la febbre passò.”

“Ma voi comprendeste subito cos’erano, quelle particelle?”

“Assolutamente subito. Discutemmo neanche cinque minuti. E poi, dopo quel paziente, cercammo altri casi simili. Eravamo convinti che certi disturbi avessero quella causa. Così andammo a cercare anche referti autoptici, esaminammo le patologie cosiddette “da uranio impoverito”… il resto lo sa.”

“Me lo racconti lo stesso.”

“Trovammo le nanopolveri. Praticamente funziona così… Lei conosce la legge di Lavoisier? Bene, la legge dice che in natura nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Non è quindi possibile distruggere nulla, ma solo tramutarlo in qualcosa di diverso. La nostra illusione è di distruggere qualcosa solo perché non la vediamo più. In realtà abbiamo trasformato quel qualcosa in qualcosa d’altro. Infinitamente più piccolo e quindi invisibile all’occhio. Ma è solo un’illusione.”

“Come nel caso dei rifiuti?”

“Esattamente. Succede che non li vediamo più e pensiamo di averli distrutti. In realtà li abbiamo moltiplicati, perché per incenerire una tonnellata di rifiuti, per esempi, è necessario aggiungere degli elementi che aiutino il processo. E alla fine, come “materiale di risulta” abbiamo due tonnellate di scorie pericolosissime e praticamente ineliminabili, e i rifiuti ridotti in nanopolveri.”

“Mi spiega bene di cosa sono fatte le nanopolveri?”

“Praticamente di qualunque materiale. La pericolosità delle nanoparticelle non risiede tanto nel materiale di cui è fatta, ma nella sua piccolezza. Dagli studi che abbiamo effettuato risulta che le nanoparticelle sono in grado di penetrare nella cellula, legandosi alle proteine. E perfino nel nucleo. Innescando un cataclisma genetico. Le racconto una cosa: in Sardegna c’è un poligono di tiro. Bene, abbiamo trovato un’incidenza altissima di malformazioni genetiche negli animali da pascolo. Agnellini senza occhi, o con le orecchie al posto degli occhi e altre cose peggiori che non le racconto. È che ci sparano, capisce? Le nanopolveri si depositano sull’erba, le pecore brucano l’erba, mangiano le nanopolveri, poi partoriscono agnellini deformi. Perché questa è la tragedia che aggrava la tragedia: le nanoparticelle si trasmettono al feto.”

“Ma lei è proprio sicuro che la pericolosità risieda nella piccolezza delle particelle e non nel materiale?”

“Guardi: ad alte temperature si creano miscugli di materiali praticamente inesistenti in natura. Tuttavia… lei è un’animalista?”

“Sì”

“Anche mia moglie lo è. Tuttavia glielo dico comunque. Lei capirà che era necessario. Ecco, noi dovevamo dimostrare che era la piccolezza del materiale ad essere pericoloso, non il materiale in sé. Sicché prendemmo dei topi. Poi prendemmo dei dischetti di un materiale usato per fabbricare le protesi. Biocompatibile. Li innestammo sottopelle ai topi, sul lato destro del corpo. Gli stessi dischetti li riducemmo in nanoparticelle, e le innestammo sottopelle sul lato sinistro del corpo. Nel cento per cento dei casi, sul lato destro del corpo dei topi si formò un “callo” attorno al dischetto, mentre sul lato sinistro si sviluppò un tumore.”

“Non posso fare a meno di dispiacermi per i topi. Molto.”

“Era necessario. Anche mia moglie si dispiacque. Ma era necessario. Volevamo dimostrare quello che sostenevamo. Fino a quel momento eravamo andati avanti per induzione, attraverso processi inferenziali. Questo esperimento non prevedeva livelli di tolleranza d’errore, i cosiddetti livelli alfa. Il nostro livello alfa era zero. Dovevamo dimostrare, attraverso un processo deduttivo, che quello che avevamo scoperto era vero. Capisce, ora, che era necessario?”

“Cioè dovevate dimostrare che tutti i topi si sarebbero ammalati? Non alcuni sì e altri no?”

“Esatto. Tutti. Altrimenti avremmo considerata fallito l’esperimento.”

Per un po’ mangiamo in silenzio. Intorno c’è un vociare di gente che ci esclude. Lui mangia solo una volta al giorno, me lo ha raccontato mentre venivamo al ristorante attraverso vicoli e piazzette del centro storico chiuso al traffico in permanenza da decenni. Mi ha raccontato di essere stato un atleta, ha vinto quindici maratone a squadre. Ha ancora un fisico da maratoneta: asciutto, nervoso, resistente. Non fuma.

“Professore, fa così male davvero il tabacco?”

“Peggio di quanto lei creda. Al di là dei danni al cuore, ai polmoni e via dicendo, la sigaretta è un vero concentrato di nanoparticelle. Vede, il tabacco ha delle foglie lunghe così” fa un gesto con le mani per indicare circa una trentina di centimetri. “Per fumarlo c’è bisogno che il tabacco venga essiccato e perda tutta l’acqua. Le nanoparticelle presenti su una foglia di trenta centimetri non evaporano mica. Restano anche su una foglia di pochi centimetri, ma chiaramente sono “ad alta concentrazione”. Lei accende la sigaretta e le inala ad ogni boccata. Peggio non potrebbe essere.”

“Ma queste nanoparticelle, da dove vengono?”

“Potenzialmente ogni cosa può diventare una nanoparticelle. Basta infilarla in un forno ad altissima temperatura. È il calore che trasforma la materia. Può è alta la temperatura, più un oggetto viene ridotto in particelle piccolissime. Finora abbiamo preso in considerazione, per i termini di legge che abbiamo oggi, quelle polveri chiamate PM10. Ma quelle sono polveri “grandi” rispetto alle nanoparticelle, che sono infinitamente più piccole. Parliamo di PM2 e PM1, addirittura di PM0.1. E poi c’è il fatto che, bruciando diversi materiali insieme, si formano nanoparticelle di sostanze che in natura non esistono.”

“E cosa accade quando una nanoparticella entra nell’organismo?”

“È come una pallottola. Mettiamo per esempio una nanoparticella di ferro. Noi assimiliamo il ferro: mangiando i carciofi, o le uova. Ma il ferro che assimiliamo attraverso i cibi è della grandezza di un atomo, di una molecola. Il nostro organismo lo assimila e lo mette, per esempio, nel sangue, per trasportare l’emoglobina e l’ossigeno. La nanoparticella di ferro è molto più grande di un atomo, di una molecola. Non possiamo scinderla, assimilarla. Sicché entra nel nostro organismo esattamente come una pallottola. E si mette in qualche organo: per esempio il fegato, per esempio un rene. Sa che succede? Che il fegato, il rene, riconoscono il corpo estraneo, e cercano di difendersene. Un processo simile a quello che avviene con i trapianti, con gli impianti di organi artificiali. Il corpo decide se quello che vede come estraneo è compatibile o non lo è. Se lo ritiene compatibile, lo accetta. Se non lo ritiene compatibile, lo rifiuta. Cerca di isolarlo. Gli crea intorno delle capsule che racchiudano la nanoparticella. E da lì si sviluppa un tumore.”

“E se la nanoparticella è sufficientemente piccola da entrare nel nucleo della cellula?”

“Praticamente scombina il DNA. E il DNA è la sede del nostro codice genetico. Per questo nascono agnellini senza occhi, con le orecchie al posto degli occhi. Le cellule hanno una membrana, intorno, e il nucleo ha un’altra membrana. In teoria, dovrebbero far passare solo gli ioni. Gli ioni sono atomi, pezzi di atomi. Allo stato attuale non sappiamo come possa succedere. Non sappiamo come faccia la nanoparticella a “passare” due membrane. Abbiamo bisogno di continuare la ricerca.”

“Studiate su cellule vive? O su cellule staminali?”

Su cellule vive sì, su cellule staminali no. La ricerca sulle cellule staminali è differente, si pone altri obiettivi.”

“Per esempio quali?”

“Le premetto che non è il mio campo di ricerca, per cui non si aspetti grandi dettagli. All’inizio della sua vita, una cellula del fegato, per esempio, è esattamente uguale alla cellula di un osso. È detto stadio di “indifferenziazione”. Metta caso che una persona abbia un infarto. Nel punto del cuore in cui c’è stato l’infarto, le cellule muoiono. Si è provato a sostituire queste cellule morte con delle cellule indifferenziate provenienti da un tessuto osseo. Bene, per un certo periodo ha funzionato. Poi è accaduta una cosa inaspettata: quella parte di cuore è diventata d’osso. Evidentemente le cellule in questione non erano allo stadio dell’indifferenziazione, ma un pochino oltre, anche se sembravano indifferenziate. Ne sappiamo poco. Le uniche cellule realmente indifferenziate sembrano essere le cellule embrionali. Ma, le ripeto, siamo ad uno stadio quasi teorico. Non potrei darle dati certi, solo supposizioni. Del resto gliel’ho già detto, non è il mio ambito di ricerca.”

“E della clonazione cosa ne pensa, visto che siamo quasi in argomento?”

“Cosa dovrei pensare? Dal un punto di vista della ricerca è interessante, ma si pongono problemi che esulano l’ambito della ricerca. Problemi di ordine etico, soprattutto. Non è detto che tutto quello che si può fare debba essere fatto, e questo vale anche per la ricerca. E poi c’è anche questo: una delle teoria della biologia dice che ogni cellula nasce “presettata” per riprodursi un certo numeo di volte. Per esempio 100 volte. Se andiamo a clonare una cellula che si è già riprodotta 40 volte, per esempio, ne nascerà una cellula figlia già vecchia, la cui speranza di vita è inferiore di 40 volte rispetto alla cellula madre. Per cui, gli organismi clonati, avrebbero un’aspettativa di vita più breve, secondo questa teoria. Sarebbero decisamente inferiori rispetto agli organismi da cui hanno avuto origine.”

“Professore, lei crede in Dio?”

“Io sì” sorride come se avessi detto qualcosa di divertente “Certo non credo in un Dio antropomorfo. Non credo in un Dio con la barba, i capelli bianchi e il camicione lungo. Ma credo in un Dio. E non creda che sia incompatibile con l’essere uno scienziato.”

“Professore, accadrà davvero? Costruiranno gli inceneritori, e ci inonderanno di nanoparticelle, e moriremo di tumori ignoti, e i nostri figli nasceranno senza occhi o con le orecchie al posto degli occhi? Lei dorme poco da quasi tre anni, io stanotte non dormirò e non so per quante notti ancora non dormirò. Sicchè deve dirmelo: accadrà davvero? Lasceremo che accada davvero?”

Sorride. Ha un sorriso gentile, riservato ma rassicurante.

“Io ho bisogno di cinque anni, Vania. Ho bisogno di cinque anni e di persone come lei, come voi. Ieri ci hanno consegnato il nuovo microscopio. È molto, molto più potente di quello che ci è stato tolto. Per poco più di un terzo l’abbiamo pagato. Ci hanno fatto uno sconto eccezionale. È che sono venuti a vedere uno spettacolo di Beppe, e il giorno dopo, al preventivo era stata aggiunta la voce “Sconto Beppe”. Praticamente l’azienda ha rinunciato a tutti i suoi guadagni. Ce lo ha dato a prezzo di costo. Sono stati gentili, di più non avrebbero potuto. Fra cinque anni io sarò ancora qui, e lei sarà ancora qui. Non parleremo neanche più degli inceneritori. Forse arriveranno anche a costruirli. E sarà uno spreco di denaro, perché non potranno mai entrare in funzione.”

“Guardi che io la prendo per una promessa. Mi toccherà chiamarla ogni tanto per sollecitarla a non dimenticarsene?”

Beppe si alza, ci alziamo anche noi, ci avviamo alla porta.

“Non me ne dimenticherò.” Mi sorride, gentile e rassicurante. “Appuntamento qui fra cinque anni.”

Usciamo nell’aria della sera, camminiamo a passo svelto per i viottoli semideserti. Poi il viottolo sfocia in una piazza gremita, una marea viva, in mezzo alla quale ci fanno largo un cordone di vigili urbani. Io resto a poca distanza dal palco, lui sale, con la sua ventiquattrore piena di libri, il suo sorriso gentile, le sue poche ore di sonno per notte, la sua ostinazione nella verità.

Ci vediamo fra cinque anni, professore.

Salerno, 28.6.06