Archivio di novembre 2007

Ecco come (3): agricoltura e zootecnia di qualità

martedì, 27 novembre 2007

Oggi disponiamo in abbondanza di prodotti agricoli, magari belli e grandi da vedere, reperibili tutto l’anno dal fruttivendolo, ma che non hanno più l’originario sapore. La mia generazione detiene la memoria di sapori (di frutta, verdura, ortaggi, ma anche della carne, sia bianca che rossa o del pesce non di allevamento) che i nostri figli e nipoti non apprezzeranno mai più e dico “apprezzeranno” perché chi ha avuto la fortuna di provare la differenza sa che siamo oggi più ricchi di prodotti belli come oggetti di plastica, ma poveri di identità di sapore e spesso integrati con i più improbabili additivi chimici.

Siamo tutti vittime di una planetaria tendenza all’omologazione dei sapori, importati attraverso semi selezionati magari in Olanda o Israele, o attraverso concimi o mangimi di produzione industriale. La memoria dell’originario sapore di una banale salsa di pomodoro o di una ciliegia (che un tempo poteva riservare anche un bruco) è destinata a morire con la mia generazione per lasciare spazio, definitivamente, al gusto agroindustriale omologato, grazie all’uso (e all’abuso) di acqua, fertilizzanti chimici e ormoni (vegetali e animali). A meno che non pretendiamo, come consumatori (e aiutiamo i nostri figli a scoprire), prodotti, forse meno grandi, colorati e belli da vedere, ma saporiti, profumati. Privilegiamo troppo la quantità sulla qualità. Perché paghiamo la frutta e la verdura in base al peso e non in base al sapore, anzi, in base al peso a parità di sapore? Il supremo tribunale per giudicare un cibo è il palato, non la vista.

La Sicilia, avendo mancato l’appuntamento con lo sviluppo industriale, ha la “fortuna” di non conoscerne, se non marginalmente, il costo ambientale (es. piogge acide). Questo dato di fatto rappresenta oggi un’opportunità per indirizzare maggiormente le produzioni agricole e zootecniche verso il prodotto di qualità, a migliore valore nutrizionale, salutistico (prevenzione malattie) e di piacere (V. tematiche Slow Food), per soddisfare una domanda di cibo di qualità che sarebbe auspicabile alimentare con una adeguata informazione e non fatta morire tra nostalgia e rassegnazione.

Tre anni fa, hanno sorpreso un po’ tutti le dichiarazioni dello scienziato Umberto Veronesi in aperto contrasto con convinzioni largamente diffuse: provoca più tumori la cattiva alimentazione dello stesso smog (per il quale pure si rivoluziona la mobilità di intere metropoli). Prendo allora spunto da questa sorprendente affermazione per continuare a parlare della Sicilia e di come, se veramente se ne volesse immaginare uno sviluppo economico migliore e diverso, l’affermazione di Veronesi potrebbe suggerire nuove idee imprenditoriali.

Che la Sicilia, con il suo clima e microclima, sia una terra vocata all’agricoltura è noto da millenni, ma potrebbe anche essere una terra internazionalmente riconosciuta per la qualità “salutistica” dei suoi prodotti? Imprenditori lungimiranti dovrebbero approfondire con scienziati come Veronesi le caratteristiche di produzione e i protocolli di certificazione di prodotti agricoli coerenti con l’obiettivo della prevenzione dei tumori. Un marketing moderno farebbe il resto e la mancata industrializzazione della Sicilia, da problema storico, si tramuterebbe in opportunità per il futuro. Alla base della decisione dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura di dar vita all’ASCA, l’agenzia per la qualità alimentare, vi è stata una puntata di “Porta a porta” nella quale era stato denunciato l’alto tasso di fitofarmaci ritrovato in una zucchina siciliana, notizia che aveva poi causato un crollo delle vendite. Dopo tanti anni di politiche comunitarie che hanno favorito ammassi, distillazioni e stoccaggi, una domanda di mercato più consapevole pretende ora finalmente qualità.

Recentemente Slow Food e Coldiretti hanno avviato una raccolta di firme, “Difendiamo l’etichetta, vogliamo conoscere l’origine dei prodotti che mangiamo”, con la quale chiedevano ai parlamentari italiani di difendere la legge che obbliga a indicare l’origine geografica (Prodotto in Italia) dei prodotti agroalimentari, dalle nuove disposizioni dell’Unione Europea, volte a eliminare l’origine in etichetta perché considerata ostacolo al libero mercato e alla concorrenza. C’è la sensazione, confermata dalle leggi che vengono approvate (o abrogate), che l’agricoltura non sia più una scelta strategica e, in particolare, la difesa di un’agricoltura di qualità non sia considerata un obiettivo irrinunciabile. Al contrario si tende a ridurre il tutto a termini di mercato, di scambio merci, e l’attenzione del legislatore sembra diretta soltanto alla facilitazione del continuo scambio a tutti i livelli e in tutte le direzioni. In sostanza non si bada più a cosa si produce, si vende e si acquista, ma a come, quanto agevolmente, lo si produce, lo si vende e lo si acquista. Ma la produzione di prodotti alimentari non può sganciarsi dalla sostanza dei prodotti stessi. I prodotti alimentari si definiscono in base alla loro qualità e la loro qualità definisce il livello della nostra salute, della nostra qualità di vita. E’ una partita troppo importante per ridurla a mere azioni mercantili.

Della concorrenza del gambero cinese a quello nostrano ho già scritto su queste pagine: dopo la concorrenza del pomodoro di Pechino a quello di Pachino, gli effetti della globalizzazione si stanno, ultimamente, facendo sentire anche sul mercato ittico isolano. Le celle frigorifere di Mazara del Vallo scoppiano di gamberi rossi nostrani rimasti invenduti a causa della concorrenza dei più economici gamberetti cinesi, opportunamente imbellettati per ricordare il colore rosso violaceo dei nostri. Se non si è biologi marini, le differenze sono abbastanza difficili da apprezzare ad occhio nudo mentre, per camuffare quelle di sapore, non mancano certo agli chef aromi ed essenze varie.

Così come una democrazia, in assenza di una corretta e libera informazione, diviene un qualcosa di molto diverso e pericoloso, anche un’economia, specie se globalizzata, in assenza di un corretta e diffusa informazione diviene un paradiso per spregiudicati grossisti ed intermediari. In assenza di trasparenza sulla formazione dei prezzi e sull’origine delle merci, il consumatore non solo non ha modo di beneficiare dei vantaggi della globalizzazione, ma rischia anche di essere preso per il sedere perchè se è legittimo decidere di comprare un prodotto cinese per il minor prezzo, non lo è certo pagare come nostrano un prodotto cinese.

Penso che la politica dovrebbe parlare di più di cose concrete come i meccanismi di formazione dei prezzi, della qualità e della tracciabilità dei prodotti alimentari: sarebbe stupido se in un territorio che, grazie al suo clima, ha una naturale vocazione alla produzione alimentare, ci si privasse della propria identità di sapori per assecondare logiche economiche solo quantitative.

Personalmente, infine, per non limitarmi alla sola teoria, ho voluto dar seguito a queste idee, assieme ad un gruppo di amici, dando vita alla società cooperativa Natura Express, secondo l’idea imprenditoriale già anticipata su queste pagine.

L’INCOMPIUTO SICILIANO E’ ARTE?

domenica, 25 novembre 2007

Lunedì 26 novembre, alle ore 10.30 a Giarre, presso il Salone degli Specchi in via Callipoli 81, sarà presentato il progetto "L’Incompiuto siciliano, per una memoria del presente".

L’Incompiuto Siciliano e’ un progetto di lettura del paesaggio, nato da un’idea di Alterazioni Video, progettato e prodotto insieme a Claudia D’Aita ed Enrico Sgarbi.

L’obiettivo è cambiare di segno la percezione di opere ed edifici pubblici incompiuti diffusi nel territorio italiano e in particolare in quello siciliano affermandone il loro valore artistico attraverso una nuova definizione stilistica.

Le opere incompiute ci appaiono come rovine di un tempo compresso e luoghi di una memoria collettiva ancora da indagare; l’individuazione dello stile architettonico dell’Incompiuto Siciliano diviene paradigma interpretativo dell’architettura italiana dal dopoguerra ad oggi.

 

Il comune di Giarre, capitale europea per numero di opere su densità di abitante, diviene così location simbolo del progetto, luogo d’eccellenza della fioritura dello stile. Il paesaggio diviene un contesto per sviluppare nuove idee, stimolare nuove professionalità e sostenere la crescita dell’economia.

Le opere incompiute possono essere considerate come una risorsa, proponendone una loro trasformazione in investimenti, con l’obiettivo di favorire culture ed economie legate alla valorizzazione delle risorse ambientali, paesaggistiche, artistiche, monumentali e culturali.

 

Con l’istituzione del Parco Archeologico dell’Incompiuto Siciliano a Giarre, si intende promuovere il territorio sviluppando una nuova economia legata al turismo culturale.

 

 

PARLA L’ASSESSORE

giovedì, 22 novembre 2007

Parla Silvana Grasso, assessore alla cultura del Comune di Catania. Uno stile, ma anche dei contenuti, sicuramente nuovi nel linguaggio politico siciliano.

Ecco come (2): riconversione del territorio

mercoledì, 21 novembre 2007

La penosa situazione in cui versa il territorio – specie urbano – siciliano, è sorta e si è manifestata tutta negli ultimi decenni di sviluppo edilizio dissennato. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente degli amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti (siciliani, non piemontesi)? Chi ha autorizzato folli volumetrie o quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un suo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti – siciliani e non – degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente in modo condiviso e trasparente (via internet) con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero un vero “tesoro siciliano”: la confisca, in Italia e all’estero, dei patrimoni di Cosa Nostra. Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni – La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata? Quanto è costato questo ritardo? I siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia o all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente le sue coste mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente per non più di 6 settimane all’anno). L’alternativa da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsa riga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto detto.

Ecco come (1): energia pulita

giovedì, 15 novembre 2007

Il controllo delle fonti di energia è materia così strategica che per essa si fanno anche le guerre, magari con la scusa della democrazia in formato “export”. All’energia di fonte fossile la Sicilia ha già pagato un alto prezzo ambientale nei poli petrolchimici di Priolo, Gela e Milazzo. Questo modello di sviluppo ereditato dagli anni ’50, oltre che insostenibile, è incompatibile con quello della qualità della vita, per l’inquinamento che produce.

La Sicilia, per insolazione, è seconda in Europa solo all’Andalusia. Il premio nobel Carlo Rubbia voleva perciò realizzare a Priolo, accanto alla centrale termoelettrica, un impianto “solare termodinamico” gestito da ENEL ed ENEA che sfruttasse il suo brevetto “Archimede”. Rubbia (che allora era a capo dell’ENEA da cui andò via nel 2005, sbattendo la porta tra il sollievo o l’indifferenza della classe politica) andava ripetendo che:

  • un impianto della superficie di un comune aeroporto sarebbe capace di produrre la stessa energia di una centrale nucleare;
  • il costo dell’impianto “Archimede” si sarebbe recuperato in 6 anni mentre l’impianto sarebbe durato almeno altri 25;
  • prodotta su larga scala, la tecnologia del progetto Archimede potrebbe generare energia ad un costo in linea con gas naturale e petrolio;
  • le riserve petrolifere sono entrate…in riserva: ne abbiamo per qualche decennio ancora;
  • mentre l’offerta è destinata quindi a scendere, la domanda di petrolio dovrà tener conto delle crescenti richieste, soprattutto cinesi, con conseguenze sui prezzi;
  • per accordi internazionali in materia ambientale (Kioto) chi, come l’Italia, ancorché in modo efficiente, utilizza energia elettrica di fonte inquinante (idrocarburi) paga una tassa nella bolletta, mentre il solare rinnovabile farebbe risparmiare tale aggravio.

La Sicilia, con la sua rappresentanza politica nazionale (quella del 61 a 0), aveva in quel momento un forte potere di condizionamento sul governo Berlusconi, ma non lo seppe usare. Restarono considerate fonti di energia assimilate alle c.d. “alternative”, quelle derivanti dagli scarti di lavorazione degli idrocarburi e persino dagli inceneritori. Il riconoscimento di energia verde fu dato invece alla tecnologia del prof. Rubbia dagli spagnoli per i quali ha in seguito lavorato. Mutato il governo, nella costante disattenzione per il tema da parte dei politici e (quindi) degli organi di informazione siciliani (più appassionati alla vicenda: ponte sì, ponte no), il progetto di solare termodinamico si è da ultimo trasferito in Calabria dove ha preso il nome di “Pitagora” mentre in Sicilia “Archimede” dovrebbe essere realizzato in misura ridotta rispetto all’ambizioso progetto originario.

Come è noto, il sole scarica sulla terra un’energia migliaia di volte superiore a quella che consumiamo. Di questa energia un comune pannello fotovoltaico ne cattura oggi meno del 20%. Se non cominciamo a sperimentare su larga scala tutte le tecnologie e a migliorarle sulla base dell’esperienza, non potremo mai fare passi avanti significativi. Gli incentivi pubblici (conto energia) che hanno fatto della Germania una nazione leader nel settore delle fonti energetiche alternative, sono oggi finalmente operativi anche in Italia: è un’occasione che la Sicilia non deve perdere per caratterizzarsi come l’area in Europa a maggiore innovazione energetica.

All’eolico, al fotovoltaico, al solare termodinamico, allo sfruttamento delle maree o delle biomasse, potrebbe aggiungersi anche il biodiesel. In Sicilia ci sono un milione di ettari di terreni adibiti a culture cerealicole divenute quasi antieconomiche fino ai più recenti rialzi. Ci sono le raffinerie. Ciò che ci potrebbero essere, invece, sono delle coltivazioni di piante anche sconosciute, come la Jatropha, che attecchiscono in terreni anche semiaridi e hanno una buona resa in termini di produzione di biodiesel. Ci vorrebbe però anche una politica intelligente e pragmatica sostenuta da politici lungimiranti. E, per chi avesse paura dello sconvolgimento dell’identità botanica isolana, varrebbe la pena di ricordare che le arance o i fichi d’india o i ficus con radici pensili dei nostri giardini sono stati tutti un tempo importati. La pianta vivente, a differenza della fossile, riassorbe l’anidride carbonica prodotta dalla combustione, mantenendo così in equilibrio il sistema.

Bill Clinton, il presidente che ha assicurato agli USA otto anni memorabili di alta crescita e bassa disoccupazione puntando sulle tecnologie digitali (le “autostrade informatiche” di cui parlava 15 anni fa, divenute oggi familiari a tutti col nome di “banda larga”) nell’ultima campagna per le presidenziali affermava che “il settore delle energie alternative agli idrocarburi creerà nel mondo milioni di posti di lavoro ben retribuiti”.

Creare occasioni di lavoro coerenti con una visione di sviluppo, invece che promettere stipendi, è ciò che fa la differenza tra il politico che cerca di promuovere reale sviluppo economico con quello capace solo di perpetuare sottosviluppo.

Ecco come (1): energia pulita

giovedì, 15 novembre 2007

Il controllo delle fonti di energia è materia così strategica che per essa si fanno anche le guerre, magari con la scusa della democrazia in formato “export”. All’energia di fonte fossile la Sicilia ha già pagato un alto prezzo ambientale nei poli petrolchimici di Priolo, Gela e Milazzo. Questo modello di sviluppo ereditato dagli anni ’50, oltre che insostenibile, è incompatibile con quello della qualità della vita, per l’inquinamento che produce.

La Sicilia, per insolazione, è seconda in Europa solo all’Andalusia. Il premio nobel Carlo Rubbia voleva perciò realizzare a Priolo, accanto alla centrale termoelettrica, un impianto “solare termodinamico” gestito da ENEL ed ENEA che sfruttasse il suo brevetto “Archimede”. Rubbia (che allora era a capo dell’ENEA da cui andò via nel 2005, sbattendo la porta tra il sollievo o l’indifferenza della classe politica) andava ripetendo che:

  • un impianto della superficie di un comune aeroporto sarebbe capace di produrre la stessa energia di una centrale nucleare;
  • il costo dell’impianto “Archimede” si sarebbe recuperato in 6 anni mentre l’impianto sarebbe durato almeno altri 25;
  • prodotta su larga scala, la tecnologia del progetto Archimede potrebbe generare energia ad un costo in linea con gas naturale e petrolio;
  • le riserve petrolifere sono entrate…in riserva: ne abbiamo per qualche decennio ancora;
  • mentre l’offerta è destinata quindi a scendere, la domanda di petrolio dovrà tener conto delle crescenti richieste, soprattutto cinesi, con conseguenze sui prezzi;
  • per accordi internazionali in materia ambientale (Kioto) chi, come l’Italia, ancorché in modo efficiente, utilizza energia elettrica di fonte inquinante (idrocarburi) paga una tassa nella bolletta, mentre il solare rinnovabile farebbe risparmiare tale aggravio.

La Sicilia, con la sua rappresentanza politica nazionale (quella del 61 a 0), aveva in quel momento un forte potere di condizionamento sul governo Berlusconi, ma non lo seppe usare. Restarono considerate fonti di energia assimilate alle c.d. “alternative”, quelle derivanti dagli scarti di lavorazione degli idrocarburi e persino dagli inceneritori. Il riconoscimento di energia verde fu dato invece alla tecnologia del prof. Rubbia dagli spagnoli per i quali ha in seguito lavorato. Mutato il governo, nella costante disattenzione per il tema da parte dei politici e (quindi) degli organi di informazione siciliani (più appassionati alla vicenda: ponte sì, ponte no), il progetto di solare termodinamico si è da ultimo trasferito in Calabria dove ha preso il nome di “Pitagora” mentre in Sicilia “Archimede” dovrebbe essere realizzato in misura ridotta rispetto all’ambizioso progetto originario.

Come è noto, il sole scarica sulla terra un’energia migliaia di volte superiore a quella che consumiamo. Di questa energia un comune pannello fotovoltaico ne cattura oggi meno del 20%. Se non cominciamo a sperimentare su larga scala tutte le tecnologie e a migliorarle sulla base dell’esperienza, non potremo mai fare passi avanti significativi. Gli incentivi pubblici (conto energia) che hanno fatto della Germania una nazione leader nel settore delle fonti energetiche alternative, sono oggi finalmente operativi anche in Italia: è un’occasione che la Sicilia non deve perdere per caratterizzarsi come l’area in Europa a maggiore innovazione energetica.

All’eolico, al fotovoltaico, al solare termodinamico, allo sfruttamento delle maree o delle biomasse, potrebbe aggiungersi anche il biodiesel. In Sicilia ci sono un milione di ettari di terreni adibiti a culture cerealicole divenute quasi antieconomiche fino ai più recenti rialzi. Ci sono le raffinerie. Ciò che ci potrebbero essere, invece, sono delle coltivazioni di piante anche sconosciute, come la Jatropha, che attecchiscono in terreni anche semiaridi e hanno una buona resa in termini di produzione di biodiesel. Ci vorrebbe però anche una politica intelligente e pragmatica sostenuta da politici lungimiranti. E, per chi avesse paura dello sconvolgimento dell’identità botanica isolana, varrebbe la pena di ricordare che le arance o i fichi d’india o i ficus con radici pensili dei nostri giardini sono stati tutti un tempo importati. La pianta vivente, a differenza della fossile, riassorbe l’anidride carbonica prodotta dalla combustione, mantenendo così in equilibrio il sistema.

Bill Clinton, il presidente che ha assicurato agli USA otto anni memorabili di alta crescita e bassa disoccupazione puntando sulle tecnologie digitali (le “autostrade informatiche” di cui parlava 15 anni fa, divenute oggi familiari a tutti col nome di “banda larga”) nell’ultima campagna per le presidenziali affermava che “il settore delle energie alternative agli idrocarburi creerà nel mondo milioni di posti di lavoro ben retribuiti”.

Creare occasioni di lavoro coerenti con una visione di sviluppo, invece che promettere stipendi, è ciò che fa la differenza tra il politico che cerca di promuovere reale sviluppo economico con quello capace solo di perpetuare sottosviluppo.

MA CHE RAZZA DI CULTURA E’ QUESTA?

venerdì, 9 novembre 2007

Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire

 

 

 

 

 

 

C’è un qualcosa di primitivo, di tribale, se non addirittura di cavernicolo, nei valori e nelle regole di Cosa Nostra regalateci dal boss Lo Piccolo.

Un richiamo a forme esteriori di religiosità o di rispetto della donna che ricordano più il fanatismo islamico, quando coniuga con disinvoltura violenza disumana al Corano, che la fedele testimonianza al Vangelo.

Un istinto sociale primordiale che sembra sopravvivere ai tempi solo grazie a tanta ignoranza.  

CALABRIA BATTE SICILIA?

giovedì, 8 novembre 2007

Due agenzie sembrano registrare una improvviva corsa al solare …

(ANSA) – REGGIO CALABRIA – La Calabria sara’ la prima regione italiana ad avere un impianto solare termodinamico che si chiamera’ ‘Pitagora’ e verra’ costruito in provincia di Crotone. L’Accordo di programma e’ stato sottoscritto ad Altafiumara dal ministero dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, e dal presidente della Regione, Agazio Loiero, in occasione della presentazione del ‘Rapporto sullo stato dell’ambiente in Calabria’.
L’impianto sfrutta la sorgente di energia per trasformarla in calore ad alta temperatura ed e’ competitivo con le altre fonti come carbone, petrolio e metano. L’Accordo di programma prevede come obiettivi anche la realizzazione di un sistema locale di sviluppo, integrato ed omogeneo con le politiche di crescita delle energie rinnovabili, producendo effetti di induzione e moltiplicazione anche verso le imprese private. Il documento sottoscritto avra’ durata triennale e prevede che per il 2007 vi sia un finanziamento ministeriale di un milione di euro, mentre le risorse successive arriveranno sulla base dei fondi disponibili nel bilancio statale.
La Regione Calabria si impegna a finanziare il programma per il 2007 e per gli anni successivi con risorse paritarie. Entro un mese sara’ istituito il ‘Comitato di gestione tecnico-scientifico’, con compiti di indirizzo programmatico, di individuazione e di controllo degli interventi da realizzare. Inoltre, elaborera’ lo studio preliminare di fattibilita’ dell’impianto solare termodinamico ed i singoli interventi con le modalita’ di attuazione.

(AGI) – Palermo, 25 ott. – Prima riunione oggi all’assessorato regionale all’Industria della conferenza dei servizi per il rilascio dell’autorizzazione unica al progetto “Archimede” dell’Enel, che prevede la realizzazione a Priolo Gargallo (Siracusa) di un impianto solare termodinamico dimostrativo di produzione di energia elettrica, accanto alla centrale termoelettrica esistente. “Abbiamo seguito la strada della conferenza dei servizi -ha detto l’assessore Giovanna Candura- per snellire e accelerare al massimo la conclusione del procedimento autorizzativo. La nuova centrale si presenta come altamente innovativa e in linea con la strategia del governo regionale di favorire le tecnologie per lo sfruttamento delle fonti energetiche pulite e rinnovabili. Questo impianto rafforzando il ruolo della Sicilia nella produzione di energia, contribuira’ a centrare, al contempo, gli obiettivi della salvaguardia dell’ambiente e dell’applicazione di tecnologie d’avanguardia”.
Nell’incontro, cui hanno partecipato i rappresentanti dell’Enel, sono stati acquisiti i pareri favorevoli al progetto pervenuti dalla Soprintendenza dei beni culturali di Siracusa, delle Ferrovie dello Stato, dell’Asi di Siracusa e dell’Ufficio speciale “Aree a elevato rischio ambientale” dell’assessorato regionale al Territorio. A breve, verra’ convocata una nuova riunione per definire il procedimento autorizzativo.
La nuova centrale avra’ una capacita’ di 6 megawatt e potra’ mantenere l’energia accumulata dal sole anche di notte o quando il cielo e’ coperto. Il progetto e’ intitolato al grande scienziato siracusano Archimede perche’ il nuovo sistema e’ composto da batterie di specchi che concentrano i raggi solari su tubazioni percorse da un fluido a base di sali che assorbono e conservano il calore in ogni momento della giornata, generando un vapore ad alta tensione che contribuira’ a produrre energia. I sali, a differenza dell’olio combustibile, sono del tutto innocui per l’ambiente.

Ecco come

giovedì, 8 novembre 2007

Mi ricollego alla domanda finale del mio precedente post. So bene che criticare è più facile che trovare soluzioni che stiano in piedi. Responsabilmente, perciò, se mi sono permesso di dire brutalmente ciò che penso della Sicilia, dei siciliani e dei loro problemi eternamente irrisolti (non certo per antipatia nei loro confronti, ma semmai proprio per assoluta mancanza di “disinteresse”), è giusto che mi sforzi pure di offrire un’alternativa, almeno teoricamente, percorribile.

Perché un qualunque cambiamento socio-culturale venga adottato da una popolazione è necessaria una motivazione sufficientemente condivisa e vincente sia verso le fisiologiche inerzie sociali che verso gli interessi contrari. Un certo uso del denaro pubblico può essere inteso come “spreco” per certuni e, viceversa, come “fonte di reddito” per altri: si pensi, ad esempio, al caso della Sanità regionale. Perché si dovrebbe preferire la “gallina” di domani al ricco “uovo” d’oggi? Perché chi ricava vantaggio dall’attuale modello economico siciliano (che più che promuovere un reale sviluppo sembra invece “specializzato” nella perpetuazione di una eterna condizione di sottosviluppo) dovrebbe privarsi delle sue sicurezze? L’unica risposta è perché i soldi (specie quelli di provenienza UE) sono destinati ad assottigliarsi sensibilmente nei prossimi anni e perché al consenso sociale-economico-politico su questo modello di (sotto)sviluppo chi dice che non se ne potrebbe raccogliere uno contrario, anche se ancora poco consapevole di sé e disorganizzato, che verta su una considerazione di “tasca” molto concreta: io da questo andazzo ci guadagno poco o nulla mentre da un modello macroeconomico diversamente gestito potrei ricavare molto di più in termini sia civili (l’orgoglio di appartenere ad una comunità modernamente organizzata e gestita) che economici (guadagnerei di più nella mia attività professionale o d’impresa, avrei maggiori opportunità di trovare o cambiare lavoro, non soffrirei la scelta obbligata di cercare altrove fortuna, ecc.).

I famosi normanni che liberarono la Sicilia dalla dominazione araba realizzarono un’impresa numericamente ben diversa dal famoso sbarco in Normandia del ’44. Erano solo alcune centinaia di cavalieri che conoscevano però l’uso delle armi e della strategia militare: erano stati ingaggiati dal Papa con la prospettiva di diventare signori feudali e fondarono invece il Regno di Sicilia!

Ciò che servirebbe oggi, per realizzare la ricetta economica di cui sotto, sarebbe proprio un gruppo di opinione, politicamente trasversale, che in modo trasparente, ma con le idee e le informazioni molto chiare sui meccanismi di funzionamento dell’attuale gestione del potere isolano, sprigionasse tutta la sua capacità di pressione e di influenza per provocare un cambiamento. La storia e la cronaca italiana ci hanno abituato all’azione di società segrete (carboneria, massoneria, P2, ecc.). Ecco, oggi ci vorrebbe invece una lobby trasparente che, alla luce del sole, avesse l’ambizione di prendere in mano la situazione, di modificarla, fidando più nella forza delle proprie ragioni (continuare a sprecare le potenzialità della Sicilia è irrazionale) che sulle scorciatoie della manipolazione del consenso attuata attraverso politiche clientelari (comuni ai due schieramenti) con l’oggettiva connivenza di stampa e TV locali abituate ad sentirsi un “pezzo del potere” e quindi o a scrivere “sotto dettatura” del Palazzo o a denunciare le malefatte di una parte, ma solo per l’interesse dell’altra. Un programma per utopisti con i piedi per terra, consapevoli di come funziona il mondo della politica, dell’informazione e dell’impresa, ma decisi a reindirizzarli verso uno scopo utile: la modernizzazione della Sicilia. Non sarà giunto il momento di rompere quel rapporto “sado-maso” tra elettorato e classe politica in Sicilia che ha prodotto il famoso “serbatoio di voti” (cui ha attinto la “sinistra storica” ai tempi dell’inchiesta sulla Sicilia del 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino oppure, più recentemente, la “destra contemporanea” del 61 a 0) oppure il “laboratorio politico” delle alchimie partitiche trasferite poi a livello nazionale? Fino a quando si vorrà essere usati in cambio di una promessa di sviluppo puntualmente falsa a fronte una situazione socio-economica che non impietosisce ormai più nessuno in Italia e in Europa?

È la rete la grande risorsa per rivoluzionare il nostro tempo: la comunicazione e lo scambio di informazioni attraverso la rete può avere effetti incontrollabili, nel senso che non potranno essere arginati dall’informazione ufficiale controllata da portatori di interessi politici o economici come avvenuto sinora.

E veniamo allora alla ricetta, ma con una doverosa premessa: sono convinto che tocchi all’impresa creare benessere materiale vero (a ridistribuire risorse prodotte altrove da altri siamo tutti bravi!) mentre sono pure convinto che alla politica non competa fare impresa, bensì consentirne e favorirne la crescita, coerentemente con una data visione di sviluppo economico che generi benessere non solo materiale. A quale visione di sviluppo economico farei quindi riferimento? A quella che veda (non l’Isola che conosciamo oggi, bensì quella che potrebbe diventare in un arco di tempo relativamente breve, 10-20 anni) la Sicilia come un’area internazionalmente riconosciuta per il “benvivere”.

L’effetto più noto e temuto della globalizzazione è quello della delocalizzazione produttiva: intere filiere, tradizionalmente domiciliate nel vecchio continente, si sono spostate dove più basso è il costo della manodopera o delle materie prime. Ma vi è anche un effetto, meno conosciuto, che rappresenta una grande opportunità per territori in via di riconversione economica: la globalizzazione ha innalzato il reddito di intere popolazioni (nell’Europa dell’Est, India, Cina) e prodotto parecchie centinaia di migliaia, se non già milioni, di “nuovi ricchi” che si aggiungono ai “vecchi ricchi” occidentali. Questi individui, a casa o altrove, cercano una sola cosa: qualità della vita.

Qualità della vita significa trovare, non necessariamente per trasferirvisi, ma anche per un breve soggiorno o per investirvi, un luogo dove l’aria sia respirabile, l’acqua – da bere o dove immergersi – incontaminata, il cibo denso di profumi, di sapori e cucinato secondo una sapiente arte, il clima mite, il paesaggio piacevole allo sguardo e con interventi umani che quasi lo perfezionino, la popolazione ospitale, serena e contenta di vivere dove vive, un luogo ricco, magari, di stimoli culturali e di storia, attraverso parchi archeologici ben mantenuti e fruibili, opere architettoniche, palazzi, castelli, ville, borghi, centri storici, musei, pinacoteche, piazze, marine, ecc. oggetto di un’amorosa manutenzione e di una decorosa presentazione come si è usi avere con la proprie cose nella propria casa, un luogo caratterizzato da servizi pubblici efficienti, il posto migliore dove ricevere cure sanitarie, dove sia facile muoversi, semplice svolgere un’attività economica, stimolante crescere e studiare, bello invecchiare.

Valorizzare in termini di qualità della vita il proprio territorio, attrezzarsi in tal senso -come comunità consapevole- in termini sia culturali che imprenditoriali o professionali per poi “vendere” tale immagine della Sicilia (con la realtà dietro, però) a chi possa adeguatamente pagarla, potrebbe allora diventare un’opportunità con ricadute, dirette ed indirette, per tutti i 5 milioni di siciliani residenti.

Quali dovrebbero essere le principali direttrici di uno sviluppo economico del territorio siciliano che porti nella direzione della qualità della vita? Ne indico 10:

1. produzione di energia da fonti alternative agli idrocarburi;
2. riconversione del territorio (paesaggio, città e coste) violato da decenni di edilizia selvaggia e orribile alla vista;
3. produzioni agricole e zootecniche di qualità che risultino buone ed anche utili nella prevenzione delle malattie;
4. promozione di un turismo sostenibile di qualità, non di massa (viaggiatori, non turisti);
5. fruizione moderna, con opportuno uso delle tecnologie digitali, dei beni culturali;
6. promozione della cultura d’impresa, offrendo servizi reali, non soldi a fondo perduto;
7. promozione di centri di ricerca pura ed applicata, capaci di richiamare i “cervelli”;
8. protezione dell’ambiente e della qualità di vita urbana (ciclo acqua, rifiuti, traffico e polveri);
9. efficienza della pubblica amministrazione;
10. circolazione dell’informazione e della conoscenza.

Approfondirò in successivi post ciascuno dei 10 punti facendo notare, in conclusione, che, pur parlando di sviluppo in Sicilia, non ho citato la mafia perché convinto che di una certa mentalità parassitaria e arcaica che detesto, essa rappresenti solo il volto più violento, ma forse neanche quello più pericoloso e dannoso.

LO PICCOLO & SON

lunedì, 5 novembre 2007

Clicca per ingrandire
Quali sono i nomi delle anime belle che hanno pensato che le manette possano ferire la sensibilità e disposto che vengano opportunamente sfocate?
Uno Stato che abbia paura di mostrare la sua forza e la sua severità come può sperare di essere rispettato e temuto?
La sezione "catturandi" della Polizia di Stato di Palermo, con il suo servizio efficace e nascosto (anche dai mephisto) onora la Sicilia migliore. 
Da oggi c’è un alibi in meno per pagare il pizzo e rendersi complici di una cultura omertosa e parassitaria.