Archivio di dicembre 2007

LO STATO NON ACCUMULA MERITI PER IL PARADISO

mercoledì, 26 dicembre 2007

Dopo 15 anni di inchieste, processi e una sentenza definitiva, non possiamo far finta di avere scherzato. La grazia ha un senso dopo una lunga detenzione e buona condotta. Dopo 6 mesi di detenzione, peraltro in un carcere militare, le cattive condizioni di salute non possono rappresentare un pretesto per dare un segnale di debolezza dello Stato: non sono certo migliori le condizioni di salute di tante vittime della criminalità organizzata come del tradimento di uomini delle istituzioni. Questo interessato e frettoloso "buonismo" serve solo a disarmare le coscienze.

Ecco come (5): giacimenti culturali

lunedì, 17 dicembre 2007

Il concetto di “giacimenti culturali” è stato coniato qualche anno fa e rende bene l’idea che l’Italia è un Paese povero di materie prime, ma ricco di monumenti, opere d’arte e bellezze paesaggistiche e naturali che, come ha sottolineato l’attuale Presidente di Confindustria, i “temibili” cinesi, a differenza di molti prodotti industriali, non potranno mai imitare. Rappresentano quindi un vantaggio competitivo da sfruttare con intelligenza. La Sicilia, se non ricordo male, di questo patrimonio nazionale detiene il 20% circa (che fortuna: il 9% scarso della popolazione si ritrova quindi tra le mani il 20% di una risorsa strategica in questo millennio!). Come si potrebbe gestire in modo più adeguato ai tempi? Penso ad una soluzione a costo zero per le casse della Regione.

Partendo dal presupposto che al settore pubblico competa soprattutto la difesa e la conservazione dei beni culturali a favore delle generazioni attuali e future mentre la loro fruizione non deve necessariamente essere gestita, pur con le dovute condizioni di garanzia, dallo stesso settore pubblico, si potrebbe indire una gara internazionale per individuare uno o più gestori del suo patrimonio culturale, riservandosene l’indirizzo e il controllo e ricevendo in cambio una congrua royalty. Il gestore, in regime di concessione, dovrà investire nella professionalità e nell’orientamento all’utente di tutto il suo personale (gli orari saranno previsti in funzione delle necessità dei visitatori e non della comodità di chi ci lavora, come si è preteso fare sinora) e nelle tecnologie multimediali funzionali alla migliore comprensione e valorizzazione dei beni culturali.

Immaginiamo la scena: arriviamo nella Valle dei Templi (ma il discorso varrebbe anche per Piazza Armerina, Morgantina, Selinunte, Segesta, Siracusa, ecc.) e, dopo aver pagato un adeguato biglietto, veniamo introdotti in un ambiente fresco e pulito (penso ad una struttura leggera) dove viene proiettato un filmato (sottotitolato in altre lingue o tradotto in cuffia per gli stranieri) e dove, con rigore scientifico, ma con un taglio divulgativo tipo “Super Quark”, viene illustrata la vita quotidiana, le tecniche di costruzione, gli eventi storici che hanno segnato quel sito e la gente che vi ha vissuto (con gli opportuni raffronti: mentre qui si costruivano teatri e templi, nella mitica “Padania” come si campava?). Il percorso prosegue poi, magari con l’aiuto di un’audioguida registrata in più lingue se non di un visore di realtà virtuale, a spasso per il sito archeologico, per giungere poi all’eventuale museo e finire, con un’adeguata azione di merchandising, in un’apposita struttura di vendita (anche qui basterebbe una strutttura prefabbricata) dotata di servizi igienici, puliti e funzionanti, e di un servizio di ristorazione con inservienti sorridenti ed educati (dettaglio di professionalità). Sono previste anche visite personalizzate con guida competente e almeno bilingue, con un supplemento di prezzo, ovviamente! Di notte, una sapiente tecnica di illuminazione rende ancor più magici questi luoghi.

Oltre al patrimonio archeologico tradizionale, ve ne è anche uno industriale da valorizzare. Prendiamo esempio da un Paese che ha saputo valorizzare non solo il paesaggio e i beni monumentali: l’Austria. Una città come Salisburgo deve la sua fortuna alle miniere di sale che, nei secoli passati, quando ancora non esistevano i frigoriferi, fornivano un elemento essenziale alla conservazione dei cibi. I Principi-Arcivescovi dell’età barocca trasformarono il sale in oro e marmi per quella splendida città che ancora oggi ammiriamo. La più importante miniera di sale del salisburghese è divenuta antieconomica nel 1989 ed è stata rapidamente trasformata in un’ industria turistica. I numerosi visitatori si addentrano nelle gallerie della miniera, vestiti di una tuta bianca, a bordo di un trenino, percorrono poi a piedi dei cunicoli dove, di tanto in tanto, vengono proiettati sulle pareti dei filmati in cui un attore che interpreta il Principe-Arcivescovo racconta la storia e spiega le tecniche di estrazione usate nei vari secoli. Si scende poi per dei divertenti scivoli in legno per dislivelli di decine di metri e si attraversa persino un lago sotterraneo a bordo di un battello con il sottofondo di musica classica e un gioco di luci che illumina blocchi di sale cristallizzato. Si attraversa persino il confine di Stato tra Austria e Germania per poi riaffiorare in superficie, con delle comode scale mobili, nel bookshop-caffetteria per visitare infine un villaggio celtico fedelmente ricostruito (pare siano stati i primi a sfruttare la miniera). Provate a guardare il sito in rete, date un’occhiata ai prezzi dei biglietti d’ingresso e pensate alle polemiche sorte quando si pensò – timidamente – di introdurre un biglietto per la Cappella Palatina. Pensate al defunto Ente Minerario Siciliano, alle miniere di salgemma di Petralia, Realmonte, Racalbuto o a quelle marine di Mozia e di Trapani, col polveroso museo del sale e i mulini a vento. Mentre scrivo, ho ripreso tra le mani un opuscolo edito anni fa da “Il Sole 24 Ore”, dal titolo “Il sale della terra” con foto di Ferdinando Scianna e presentazione di Leonardo Sciascia. Le foto sono impressionanti: ambienti enormi, cattedrali di sale, miniere oggi forse dismesse, ma sicuramente anche loro suscettibili di una intelligente riconversione nell’industria del turismo. Sciascia parlava di arricchimenti di pochi e di vita grama per molti. Nella miniera di Hallein i ragazzi che facevano da guida sembravano invece molto contenti del loro lavoro.

Altre idee: come si può rendere turisticamente fruibile ed economicamente profittevole (oltre che fonte di nuova occupazione) un monumento dalla costosa manutenzione come un castello? Sempre in Austria un’idea me l’ha data il castello di Hohenwerfen nel salisburghese dove è stato allestito un interessante museo sulla falconeria e, nei pomeriggi della bella stagione, viene offerto ad un pubblico sempre numeroso (e pagante) l’indimenticabile spettacolo di una dimostrazione di addestramento di falconi, poiane, aquile ed altri rapaci. Ho immaginato lo stesso spettacolo di un pubblico sdraiato sul prato mentre rimane conquistato dal volo radente di questi meravigliosi rapaci all’interno del castello di Venere ad Erice (normalmente chiuso al pubblico). E pensare che il più famoso manuale di caccia con il falcone (De arte venandi cum avibus) lo ha scritto il più prestigioso inquilino di Palazzo dei Normanni, il re di Sicilia, l’imperatore Federico II di Svevia.

E ancora. La statua del satiro rinvenuta nel mare di Mazara del Vallo o l’Annunciata di Antonello da Messina hanno fatto recentemente da ambasciatori del patrimonio culturale siciliano nei mercati turistici più promettenti e solo da poco presenti in Sicilia come quello giapponese. Visto però che i depositi dei nostri musei archeologici abbondano di materiale che o perché meno emblematici o per esigenze di spazio non vengono esposti, perché non selezionare musei o centri di cultura (e perché no, anche grandi alberghi e aeroporti internazionali) di quei Paesi da cui saremmo interessati a ricevere un maggiore flusso turistico per inviare loro una selezione di reperti da esporre in un’apposite vetrine? Sarebbero dei formidabili veicoli promozionali del turismo culturale in Sicilia. Probabilmente, si potrebbe negoziare con i musei ospitanti l’accollo totale o parziale delle spese di trasporto e di assicurazione.

Impariamo a produrre e vendere conoscenza e stimoli culturali! Personalmente, per non fare solo teoria, con un gruppo di professionisti amici, ho voluto dare il mio contributo ad un’esperienza piccola, ma emblematica, restituendo alla fruizione pubblica di museo multimediale la torre della piazza di Mondello attraverso l’Associazione Aiamola.

LA QUALITA’ DELLA VITA DA TRENTO AD AGRIGENTO

lunedì, 17 dicembre 2007

Nella tradizionale classifica annuale de "Il Sole 24 Ore" oggi in edicola, due regioni a statuto speciale si sono aggiudicatre il primo e l’ultimo posto: sarà un caso? Eppere hanno ricevuto entrambe un mare di soldi pubblici negli ultimi 60 anni!

Palermo, la città che profuma d’incenso pagato dai contribuenti ("La città più cool d’Italia? Palermo" recitava la costosa campagna di comunicazione del sindaco Cammarata) giace ancora una volta, in modo imbarazzante, nonostante le sue potenzialità, in fondo alla classifica (dal 99° al 92° posto).

ISOLE PEDONALI E MOBILITA’ ALTERNATIVA

venerdì, 14 dicembre 2007

Una bici assistita da motore elettrico è oggettivamente un mezzo alternativo di mobilità urbana, magari non esattamente per tutti, ma sicuramente per molti. Il suo costo è ammortizzabile con il risparmio di carburante, mancata usura dell’auto, spese di parcheggio e … risparmio sulla palestra.

Intanto domenica a Palermo c’è chi pensa a ripristinare, a furor di popolo, l’isola pedonale negata dal diktat di Confcommercio.

 

Ecco come (4): turismo di qualità

martedì, 4 dicembre 2007

“Potremmo vivere di turismo” è il luogo comune dei siciliani che non hanno la più lontana idea di come viene vista la Sicilia dall’esterno. Mi capita abbastanza frequentemente di fare da guida ad amici di altre regioni o stranieri che vengono a visitare la Sicilia o anche, più semplicemente, di predisporre per loro degli itinerari redatti in base al tempo che intendono trascorrere nell’isola, alla stagione e ai diversi gusti e interessi. Mi ha sempre colpito registrare, alla loro partenza, reazioni opposte. Quelli che assisto personalmente (prelevandoli all’aeroporto, conducendoli in auto per strade meno trafficate, portandoli in giro per monumenti seguendo percorsi particolari e scegliendo oculatamente tempi, luoghi, tragitti, ristoranti degni della licenza, ecc.) al momento della partenza, con un tantino di sincera invidia, mi dicono: “vivi in un paradiso!”. Quelli invece che si avventurano per proprio conto, prima di ripartire, mi chiedono sconcertati una sola cosa: “ma come fai a vivere in quest’inferno?”. Il problema/opportunità del turismo in Sicilia è tutto qui. La Sicilia, salvo che per qualche yacht in transito o per alcune dimore per vip nelle isole minori, non rientra tra le prime dieci destinazioni in Italia del turismo di fascia alta, nonostante le sue innegabili potenzialità. Come in un circolo vizioso, sappiamo attrarre (salvo poi lamentarcene) solo turismo “mordi e fuggi” oppure tentiamo una competizione, persa in partenza per via dei prezzi, con mete turistiche “low cost” (Tunisia, Croazia,…). Il nostro mercato potenziale va riorientato verso la fascia medio-alta, con un’adeguamento delle idee strategiche, delle strutture ricettive, dei contenuti dell’offerta e della professionalità degli operatori. Il c.d. “turismo relazionale” potrebbe da subito trasformare in un’opportunità imprenditoriale ed occupazionale la situazione in cui attualmente versa l’offerta turistica di qualità, colmando, in termini di servizio, molte delle lacune socio-ambientali.

Rivolgere l’offerta di ricettività dell’Isola “al viaggiatore e non al turista” da slogan dovrebbe allora diventare una strategia coerentemente perseguita. Da qualche anno va raccogliendo consensi, fra chi si occupa di economia della cultura (una branca che ha molte intersezioni con l’economia del turismo), la politica turistica rivolta al “viaggiatore”. Il viaggiatore è colui che vuole scoprire, vuole immergersi in una cultura, in un determinato modo di vivere, perchè animato non tanto da desiderio di novità, quanto da desiderio di armonia. Per questo motivo le regioni che attraggono il viaggiatore (e non il turista) sono quelle in cui non si vive in funzione del forestiero che ivi giunge, bensì quelle in cui si accoglie il forestiero come un ospite, continuando tuttavia a vivere la propria quotidianità. Il viaggiatore non cerca la località che vive di turismo, bensì la località dove semplicemente “si vive bene”. Il viaggiatore non visita Venezia in estate, ma in inverno; non si reca a Capri in agosto, bensì in maggio. Casi come l’Alto Adige, la Toscana, la valle della Loira, la Provenza, sono sintomatici di regioni ad elevata capacità di attrazione la cui economia tuttavia è florida anche senza il turismo. Il turista (viaggiatore) è una ricchezza in più, ma per lui non si costruiscono grandi autostrade, villaggi immensi, non si sconvolgono le abitudini, i ritmi di vita, non si trasformano le radici culturali in folklore patetico. Se il viaggiatore in quelle regioni trova strade ben tenute, aeroporti efficienti, servizi funzionanti, ordine, pulizia, rispetto autentici, è semplicemente perchè le persone che abitano quei luoghi vogliono vivere bene, hanno bisogno essi stessi di strade ben tenute, aeroporti, linee di trasporto, servizi efficienti: ma per loro stessi, non solo per il forestiero. Ecco la differenza! Un luogo in cui si vive bene è anche un luogo che attira i c.d. “cervelli”: chi, potendo liberamente scegliere, non vivrebbe in regioni come la Toscana o la Provenza o l’Alto Adige? Oppure in metropoli come New York, Parigi, Londra: città assolutamente non piegate alla logica del turista, eppure mete di innumerevoli turisti così come di viaggiatori che in esse trovano una vivacità culturale e un livello di vita stimolante. Regioni e città, quindi, che attraggono non solo viaggiatori, ma anche cervelli. Pisa è un distretto industriale dell’high tech di rilevanza mondiale, la Provenza accoglie le migliori imprese del settore aeronautico francese, l’Alto Adige conta alcuni fra i marchi più famosi dell’industria italiana.

Paradossalmente, mentre la classe politica isolana si affanna in visioni di sviluppo turistico degne di Cetto La Qualunque, il rimedio per inserire una città come Palermo nel circuito che le toccherebbe, consisterebbe innanzitutto nel puntare seriamente sulla vivibilità della città, sulla sua qualità di vita (aria, traffico, servizi e trasporti pubblici), mentre, per località turistiche come, ad esempio, San Vito lo Capo, l’economia del turismo ha da tempo elaborato un modello che ne descrive l’evoluzione nel tempo. Sulla falsariga del modello del “ciclo di vita del prodotto”, si identifica una fase di “lancio” della località, una di “crescita”, una di “consolidamento” e una di “declino”.

A parte le località il cui sviluppo è artificialmente pianificato (come la Costa Smeralda), la maggior parte dei luoghi turistici in Italia vede il “lancio” come una scoperta che alcuni turisti-viaggiatori compiono riguardo ad un luogo fuori dai soliti itinerari. Una volta divenuta di dominio pubblico (le riviste di viaggio dedicano attenzione), la località si sviluppa: aprono esercizi ricettivi (alberghi, locande, ristoranti) e si migliorano le comunicazioni. E’ questa la fase in cui si interviene sul territorio, in misura più o meno pesante a seconda della lungimiranza degli amministratori pubblici (più sono lungimiranti, meno invasivi sono gli interventi sul territorio). Si crea occupazione e la località diventa rinomata. Segue una fase di consolidamento, in cui di fatto si assiste ad una razionalizzazione dell’offerta turistica, segmentando la clientela con un’offerta specifica per ciascun segmento (natura, sport, cultura, benessere, congressi, etc.). Questa fase sarebbe auspicabile rappresentasse il termine dello sviluppo, cristallizzando una situazione di prosperità. A volte accade: St. Moritz è un esempio, così come lo sono l’Alta Badia, Capalbio, Sperlonga. Purtroppo, troppo spesso a questa fase segue invece il declino, segnato sempre dalla speculazione edilizia per la vendita di case di villeggiatura (le “seconde case”, vero dramma del settore turistico e del paesaggio!). La fama della località porta i valori fondiari a crescere smisuratamente originando spinte speculative che, da una parte, consumano irrimediabilmente il territorio mentre, dall’altra, premono per accrescere l’afflusso di turisti così da potere aumentare le possibilità di investimento speculativo: più turisti giungono, maggiore è la domanda di costruzioni. È un circolo vizioso di cui fa le spese la località stessa: il turismo ricco (quello che può spendere, quello che arriva per primo) la abbandona perchè divenuta caotica e commerciale. Rimane il turismo che non lascia ricchezza sul territorio, che non spende nei locali e nei ristoranti, che non dorme negli alberghi, che neppure fa la spesa sul luogo, ma la porta direttamente dalla città. È la morte della località, della sua capacità di generare valore economico per la comunità che vi abita. Il valore economico è stato espropriato da chi ha speculato sui valori immobiliari e a chi vi abita non rimangono che le briciole. Con in più la difficoltà di riconvertire un territorio irrimediabilmente sfregiato da costruzioni: come si possono abbattere se sono state regolarmente autorizzate o, peggio, condonate? Non è un caso che in Svizzera agli stranieri sia interdetto l’acquisto di abitazioni. E neppure è un caso che la Giunta regionale sarda abbia votato il divieto di nuova edificazione entro i due chilometri dalla costa: due modi per evitare il sopraggiungere della fase di declino delle località turistiche. Talvolta occorrerebbe davvero usare la dinamite per restituire ai luoghi non solo la loro bellezza originale, ma anche il loro futuro.

Penso che alcune iniziative, totalmente private, offrano al turismo di qualità in Sicilia un servizio più concreto ed efficiente di quelle intermediate dal locale ceto politico, pur con abbondante impiego di denaro pubblico. Altri spunti attinenti al tema del turismo sono già stati espressi parlando di territorio mentre altri verranno, a seguire, parlando dei beni culturali.

CAOL ISHKA

lunedì, 3 dicembre 2007

Raramente intelligenza, buon gusto, professionalità e cultura dell’ospitalità si trovano tutte assieme in un operatore del settore turistico siciliano. E’ il caso della giovane proprietaria di un piccolo albergo dal nome gaelico, adagiato sull’argine dell’Anapo, a poca distanza da Ortigia: Caol Ishka