Archivio di agosto 2008

COSA FARE DELLA PARTECIPAZIONE IN UNICREDIT?

sabato, 30 agosto 2008

In attesa delle decisioni politiche circa il destino della partecipazione della Regione Siciliana in Unicredit -magari in attesa di un recupero della quotazione- e mentre il presidente della Fondazione Banco di Sicilia ci stupisce con iniziative, forse, un tantino azzardate, è lecito considerare alternative alla riedizione di avventure bancarie già vissute?
Mi permetto di avanzarne una.
La conoscenza è una grande risorsa, capace di sostenere un’economia moderna, che presuppone un’unica fonte: il cervello. Poiché i cervelli esportati rappresentano una delle più apprezzate voci del Made in Sicily, perché non incentivarne il rientro per un’utile valorizzazione in casa?
La Regione potrebbe prendere un asset di un certo valore del suo patrimonio, come ad esempio la partecipazione detenuta nel Gruppo Unicredit, metterlo sul mercato e, con il ricavato, investire nel medio-lungo termine nel campo della ricerca pura ed applicata. Le partecipazioni della Regione Siciliana e della Fondazione Banco di Sicilia (che fa capo ad enti pubblici locali) nella holding Unicredit valgono attualmente alcune centinaia di milioni di euro.
Per evitare le classiche tentazioni dell’intermediazione politica così come della baronia universitaria locale e per assicurare una gestione assolutamente meritocratica, la Regione potrebbe costituire un trust di scopo cui trasferire adeguati capitali per realizzare nell’isola dei centri di ricerca capaci di sfornare brevetti e know how.
Come è noto, il trust è un istituto che trasferisce la proprietà legale di un patrimonio dal disponente (settlor) al fiduciario (trustee) che ne può disporre, però, esclusivamente a favore di un beneficiario (beneficiary) e secondo le sue iniziali istruzioni. Il trustee dovrebbe quindi, su istruzioni irrevocabili della Regione, selezionare un comitato scientifico internazionale, proveniente dalle più prestigiose università del mondo, con il compito di individuare i campi di ricerca pura ed applicata più promettenti, selezionando responsabili e ricercatori, dotandoli infine di laboratori e di tecnologie adeguate. Il trustee (che non sarebbe una persona fisica, bensì una istituzione finanziaria internazionale che si avvarrebbe per il suo compito di società di cercatori di teste) avrebbe la responsabilità di sfornare a medio termine, attraverso i ricercatori messi a contratto a tempo determinato, brevetti che non sarebbe nemmeno necessario sfruttare industrialmente in Sicilia, ma che si potrebbero vendere al mercato per introitare royalty. Il flusso di royalty potrebbe servire a garantire il finanziamento di nuovi investimenti, così come a distribuire alla Regione, nella qualità di beneficiary, un dividendo.
Cosa avremmo così concluso? Avremmo in Sicilia un’istituzione scientifica meritocratica di reputazione internazionale, impermeabile all’intermediazione politica e capace di attirare cervelli, siciliani o non, da tutto il mondo con contratti competitivi e la garanzia che nessuno potrà più distogliere i soldi che la Regione Siciliana vi avrà inizialmente devoluto dal loro alto scopo. La presenza di istituzioni scientifiche di livello in un territorio (vedi il caso di Cambridge) promuove infine la nascita di distretti produttivi più efficacemente di ogni altro incentivo economico o fiscale.
Un trust gestito da primarie istituzioni internazionali, sottratto agli appetiti di politici e baroni universitari (le università siciliane sono tristemente in coda alle classifiche di qualità), potrebbe quindi contribuire al progresso della Sicilia meglio di qualunque banchetta di respiro regionale.
Ogni epoca ha avuto i suoi governanti e ogni azione di governo ha avuto le sue priorità e le sue “visioni”, lasciando talvolta ai posteri testimonianze durevoli del proprio passaggio. Quando lo stesso monumento, le stesse pietre sono state testimoni di avvicendamenti di governi e di governanti, almeno dal 1130 d.C. ai giorni nostri, come è il caso del più antico parlamento del mondo, Palazzo dei Normanni, qualche riflessione sorge spontanea. Proprio qui un illuminato governante, Federico II, ha consentito alla lingua e alla letteratura italiana di muovere i primi passi in una capitale del Mediterraneo già poliglotta (esempio di politica in favore della cultura). Sempre qui, altro governante, il vicerè Francesco D’Aquino, ha fornito i mezzi tecnologici ad un abate-astronomo che ha arricchito il nostro sistema solare della scoperta di un corpo celeste sino ad allora sconosciuto (esempio di politica in favore della ricerca scientifica pura). Perché allora non destinare oggi risorse per fermare i cervelli che fuggono, visto che il capitale umano è una delle risorse -sprecate- della Sicilia e che la ricerca è una priorità nazionale? Perchè Palazzo dei Normanni non dovrebbe promuovere ed accumulare moderni tesori come i brevetti? Quanti ricercatori si potrebbero stipendiare in questo modo? Una delle risorse meno sfruttate della Sicilia è l’intelligenza dei suoi giovani. Che futuro potrà mai avere una terra che si priva delle intelligenze migliori mentre mantiene e ingrassa tanti parassiti? Quanti studenti e ricercatori siciliani, laureatisi in prestigiose università italiane od estere, trovano poi occupazione nella loro terra? Che senso ha pagare un ricercatore mille euro al mese (fino a costringerlo ad emigrare all’estero) ed un usciere dell’ARS due o tre volte tanto? Se si dessero a dei ricercatori uno stipendio decente e cinque anni di tempo per sfornare un brevetto, in un ambiente adeguato e appositamente attrezzato, quante risorse si genererebbero sfruttando la migliore risorsa che riteniamo di avere, l’intelligenza?

Pubblicato su MF Sicilia (Milano Finanza) del 30.8.2008

Chiacchiere e distintivo

lunedì, 25 agosto 2008

“Tu sei solo chiacchiere e distintivo!”. Chi non ricorda l’Al Capone (Robert De Niro), trattenuto a stento dai suoi sgherri sulla scalinata dell’albergo che lo ospitava a Chicago, esasperato dalle provocazioni e dalle sfide cocciutamente legalitarie dell’agente federale Eliott Ness (Kevin Costner)? Leggendo i commenti in coda ai post di contenuto più impegnativo, quali quelli che girano sull’eternamente irrisolta questione “Palermo” (perché in un posto dove si potrebbe vivere meglio in termini sia civili che economici ci si rassegna a sopravvivere in modo così sconfortante?), sembra di riascoltare la stessa infastidita domanda: “Ma voi, oltre che mettere a posto la vostra coscienza civile facendo analisi su ciò che non va in questa città, che avete fatto personalmente e in concreto per essa?”.

Non sarà allora il caso di raccontare queste azioni concrete (ovviamente extraprofessionali) coerenti con il nobile desiderio di migliorare la qualità della vita della propria città?

Ovviamente, anch’io non mi sottarrò a questa “autodenuncia”, magari solo per ultimo.

Quella mattina…

sabato, 9 agosto 2008

La mattina del 29/8/1991 udii distintamente, intorno alle 7:30, alcuni colpi di arma da fuoco. Scesi per strada e, riverso sui gradini del supermarket SMA di via Alfieri, vidi il corpo di un uomo dal viso deformato da alcuni colpi sparati vigliaccamente alla nuca.
Mi era sembrato di riconoscere il corpo di un polacco che lì aiutava le signore a portare la spesa. Seppi invece, di lì a poco, che si trattava di Libero Grassi, l’imprenditore che rivendicava pubblicamente e fieramente il suo diritto a vivere e lavorare senza subire soprusi.

Poco più di un anno prima avevo visto, più avanti, sullo stesso lato della strada, il corpo senza vita di Giovanni Bonsignore, il dirigente regionale dalla schiena diritta che aveva denunciato il malaffare della Regione e che, per questo motivo, era stato assassinato.

Probabilmente, è anche per questo motivo che da allora mi consento una semplificazione sociologica sui miei concittadini: Palermo è una città dove o si sta da una parte o, magari inconsapevolmente, da perfetti “utili idioti”, si concorre a fare gli interessi dell’altra. Per la sua storia, come appena ricordata, non esistono purtroppo altre, più neutrali, posizioni.